Zaia fra due fuochi: la schizofrenia M5S-Lega in Veneto

Il caso Pedemontana è l’emblema delle contraddizioni fra gli alleati a tempo a Roma, ma in guerra a Venezia. Ma a pagare di più lo scotto è uno dei due

Scontro M5S-Zaia in Veneto sulla Pedemontana, chi ha ragione? Ieri Erasmo Venosi su queste colonne spiegava l’impianto intrinsecamente sbagliato, dal punto di vista delle pubbliche finanze, di un’opera da 3 miliardi fondata su stime di traffico stradale prevedibilmente abnormi, che come ha fatto presente la Corte dei Conti scarica sul contribuente veneto il costo di rischio (tanto è vero che quello dei due bond emessi dal privato, il gruppo italo-spagnolo Sis, si misura in un tasso all’8%, molto alto). Il commissario della superstrada, Marco Corsini, può minimizzare finchè vuole il paragone certo tecnicamente forzato del grillino Berti con Autostrade, facendosi scudo del fatto che deve essere ancora costruita e che l’utile Sis all’11% è spalmato in 39 anni di gestione futura a seguito di una gara.

Ma politicamente, resta che la Regione guidata dal centrodestra a tradizione leghista, come si dice, col paravento del protocollo di legalità intende proseguire la costruzione di un’infrastruttura che ha fragili basi di economicità e anche, a dirla tutta, di utilità. Non in sè, perchè collegare l’asse Vicenza-Treviso è sicuramente un’esigenza sentita; ma per come è stata prefigurato, pensato e progettato un collegamento di cui, dopo 28 anni, siamo ancora qui a parlare, per l’evidente sconvenienza ormai ampiamente dimostrata. Vogliamo ricordare, giusto per fare il clamoroso esempio più recente, l’addizionale Irpef temporanea proposta da Zaia, e immmediatamente rimangiata causa sollevazione popolare? Era dovuta a spese sottostimate e previsioni sovrastimate. Sommessa domanda: gli imprenditori sempre schierati a priori per qualsiasi “grande opera” purchessia, come tratterebbero un manager che fa spendere di più senza concludere niente? Lo licenzierebbero, a quanto ne sappiamo.

Ma è più sul piano politico che il caso Pedemontana veneta va approfondito. Tutti hanno capito che il “contratto di governo” fra la nuova destra della Lega salviniana e sovranista e la nuova sinistra del Movimento 5 Stelle dimaiano e populista, non blinda affatto l’alleanza di comodo dalle contraddizioni su idee diverse riguardo molti temi centrali. Come il fronte delle opere pubbliche. E a livello locale, in particolare, non garantisce l’appeasement fra le due forze: la maggioranza a Roma diventa reciproca opposizione a Venezia, in una schizofrenia che pagano entrambi. Tuttavia, neanche tanto paradossalmente, a soffrirne di più è il Carroccio, qui in Veneto. Per un motivo molto semplice: governa. Mentre i grillini, dai banchi della minoranza, hanno la possibilità di rassicurare i propri attivisti ed elettori battendo i tradizionali chiodi critici (come sulla Spv) per compensare gli imbarazzi e gli ammorbidimenti che devono farsi andar bene sull’altare “contrattuale” di Palazzo Chigi, i leghisti devono rifugiarsi in un disagiatissimo silenzio (nè Zaia nè altri esponenti del partito hanno replicato a Berti, e non sembrano volerlo fare neanche sull’autonomia regionale “frenata” dalla ministro grillina Lezzi) o al limite in rattoppi di difficile cerchiobottismo (il segretario nathional Da Re che, per rabbonire nell’immediato industriali e artigiani sul piede di guerra contro il Decreto Dignità d’impronta pentastellata, ricorda che arriverà il taglio delle tasse con la flat tax).

E’ in terra veneta che le discrasie e le differenze all’interno della “strana coppia” emergono e stridono di più. Ma a a farne le spese è in proporzione maggiore, almeno nell’oggi, quella Liga Veneta (si chiama ancora così, e siamo curiosi di vedere se continuerà anche col probabile nuovo partito che ha in mente Salvini) il cui bacino elettorale è costituito da quel padroncinato diffuso, se ci passate il neologismo, che abborrisce la politica sociale del M5S e in generale la concezione contraria al “privato è bello”, mantra profondamente radicato nel senso comune dei veneti (sottovalutando l’impatto della finanza e dei mercati internazionali, che del benessere concreto dei popoli si infischiano alla grande: su questo, se bastasse scendere in piazza, bisognerebbe scendere in piazza tutti, datori di lavoro e dipendenti…). Scommettiamo che se uno glielo chiedesse ora in camera caritatis, Zaia risponderebbe che non vede l’ora che la coabitazione sovran-populista finisca al più presto?

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