«Leggi razziali, quando si invoca censimento rom il passato può tornare»

Treves, regista di “1938-Diversi” presentato a Venezia75: «italiani furono indifferenti»

È stato presentato ieri fuori concorso al 75esimo festival internazionale del Cinema di Venezia il documentario “1938 – Diversi”, che racconta l’entrata in vigore in Italia delle leggi razziali fasciste contro gli ebrei, la loro attuazione e la propaganda di regime che le ha accompagnate. Anche se sono trascorsi 80 anni, secondo il regista, Giorgio Treves, quel passato parla del nostro presente: «Oggi vediamo dei segni sempre più marcati anche nel nostro Paese – sostiene l’autore – per esempio invocare un censimento dei rom, che sono cittadini europei oltre che italiani, richiama il censimento dei fascisti nel 1935 proprio nei loro confronti, che anticipava di poco le leggi razziali contro gli ebrei».

Questo documentario raccoglie testimonianze dalla viva voce dei protagonisti, altre storie invece vengono ricostruite da attori. Come sono state raccolte?
Più che ricostruzioni sono pagine di diari, memorie, considerazioni affidate alla lettura di attori. Non c’è fiction, ci sono testimonianze, riflessioni, considerazioni di storici, ebrei e non ebrei. Non volevo infatti che fosse un discorso “esclusivo”. Poi ci sono testimonianze di chi ha vissuto quegli anni più direttamente ed è stata inserita anche un po’ di animazione, sotto forma di flash-back e ricordi, per animare il tipo di linguaggio, mescolandolo e cercando di renderlo il più coinvolgente possibile.

Secondo lei, ricordare oggi quella persecuzione può suscitare ancora rabbia?
I testimoni coinvolti e intervistati, a parte la senatrice Liliana Segre, hanno parlato di queste cose per la prima volta, ricordando quello che hanno vissuto. A tutti avevo chiesto di non sovrapporre al ricordo diretto degli eventi una loro riflessione storica o un loro esame critico e infatti molti ricordi hanno ancora un tono molto giovanile. Per alcuni c’è stato sicuramente uno sforzo di superare qualcosa che avevano tenuto nella propria intimità, nella propria coscienza, ma che non avevano mai esternato. In alcuni casi quindi è stato più complicato riuscire a farli parlare.

Secondo le testimonianze raccolte come si immagina che abbiano vissuto gli ebrei italiani il momento dell’entrata in vigore delle leggi razziali?
Certamente il sentimento più forte è stato quello della sorpresa. Era una cosa non prevista, non immaginata, venivano da 70 anni di emancipazione, di convivenza con gli italiani, con cui il rapporto era assolutamente paritetico. L’entrata in vigore delle leggi li ha sicuramente presi in contropiede, non immaginavano che potessero essere proclamate. Questa sorpresa si è poi trasformata nella percezione di un tradimento vile da parte dei Savoia. Essi infatti erano stati prima i loro emancipatori, con Carlo Alberto, e poi durante la Prima Guerra Mondiale avevano ricevuto una fedeltà assoluta da parte degli ebrei italiani, che si erano presentati volontari combattendo con estrema partecipazione. Quando Vittorio Emanuele III non è opposto alle leggi razziali, firmando i vari decreti senza nessun tipo di atteggiamento critico si sono sentiti traditi. Un altro tipo di tradimento è stato vissuto dagli ebrei che avevano aderito al fascismo. Gli ebrei italiani erano l’1 per 1000 della popolazione, ma in una percentuale così minima e irrisoria circa il 25% aveva sostenuto fin dalle origini il Partito Nazionale Fascista, perché lo considerava il difensore della nazionalità italiana e loro si sentivano profondamente italiani. Questo doppio tradimento li ha profondamente feriti. Oltre a questi sentimenti si aggiunse anche il senso di abbandono e solitudine di fronte all’indifferenza con la quale gli italiani hanno, in genere, accolto le leggi razziali.

Pensa che quel che è successo allora si stia ripetendo in altre forme oggi contro altre minoranze?
Diciamo che quello che è successo nel ’38, la discriminazione, l’individuazione di un nemico su cui scaricare tutte le difficoltà, i rancori, i problemi che la società e gli italiani vivono si sta ripetendo. Quando abbiamo cominciato a fare le ricerche per il film, più di un anno fa, i movimenti filonazisti, filofascisti, i nazionalisti di estrema destra, organizzavano manifestazioni soprattutto in Europa e in Paesi lontani dall’Italia. Oggi vediamo dei segni sempre più marcati anche nel nostro Paese. Per esempio invocare un censimento dei rom, che sono cittadini europei oltre che italiani, richiama il censimento dei fascisti nel 1935 proprio nei loro confronti, che anticipava di poco le leggi razziali contro gli ebrei. Dichiarare guerra, anche se solo a parole, a un nemico, che oggi sono magari le banche o i sistemi o non meglio identificati avversari che ce l’hanno con l’Italia, richiama l’atteggiamento di Mussolini che cercava sempre qualcuno da additare, da combattere. Quando viene invocata la depenalizzazione del reato di tortura, dovremmo mobilitarci come coscienze, affinché non ci siano derive, non solo antisemite, ma anche atteggiamenti discriminatori e persecutori.

Cosa si aspetta dalla reazione del pubblico, soprattutto giovane, al suo film?
Vorrei che non fosse visto come un film celebrativo di un evento svuotato di contenuto, come avviene con il 2 giugno, il 25 aprile o altre ricorrenze, come lo stesso Giorno della memoria. Ma vorrei invece che fosse l’occasione per guardarsi allo specchio, riflettere, fare un esame di coscienza cercando di capire perché certi eventi si sono verificati e quali sono le responsabilità che gli italiani hanno avuto. Non cercare, come è avvenuto con l’amnistia nel dopoguerra, di mettere una pietra tombale su tutto, ma cercare di vivere quello che è passato perché non si ripeta più e impegnarsi anche individualmente a comportarsi in maniera diversa.