Puppi e l’ingrata Vicenza

Come con molti altri intellettuali prima di lui, la città lo ha trattato da estraneo. Perché era un uomo libero

Scompare con Lionello Puppi uno dei massimi protagonisti italiani della cultura storico-artistica dei nostri giorni, lo studioso che ha portato nel mondo il nome del Palladio, e non solo, come probabilmente nessun altro ha saputo fare: un “grande vecchio” cui la grancassa mediatica, incline alla smemoratezza quanto abile nel ripescaggio di smarrite memorie, dedicherà tutte le belle frasi che s’impongono in tali circostanze.

Vicenza non vorrà ovviamente mancare al doveroso appuntamento con l’elogio postumo, parlando e scrivendo innanzi tutto dell’accademico olimpico, dei suoi molti titoli e delle benemerenze, dai successi in campo universitario alla notorietà negli ambienti culturali internazionali. La città berica è stata la patria di Puppi, se non di nascita certo di formazione. Aveva frequentato il Liceo Pigafetta e ne serbava un ricordo riconoscente e affettuoso. «Le immagini del mio bagaglio vicentino», mi disse durante un’intervista di parecchi anni fa, «sono immagini affabili, spesso incantevoli, di percorsi cittadini, di angoli suggestivi. E poi c’è Palladio, che qui ha cominciato ad affascinarmi e ancor oggi mi affascina».

Si era però ben presto allontanato da Vicenza, come altri intellettuali prima e dopo di lui. E Vicenza lo ha tranquillamente accantonato e infine ignorato, nome e persona. Puppi rappresenta un altro caso emblematico di come questa città ami sovente trascurare e dimenticare, quando non umiliare, i suoi ingegni più schietti, naturalmente privi d’ipocrisia, alieni da compromessi e incapaci di scindere scienza da coscienza, i quali perseguono scelte morali e intellettuali coraggiose, evidentemente difficili da accettare.

Così egli era divenuto «cittadino del mondo come Scamozzi», interessandosi all’arte anche di paesi remoti, specie latino-americani. Ne era un appassionato conoscitore, mentre guardava con occhio critico alla presunzione di certa cultura occidentale contemporanea, di cui gli erano chiari problemi e limiti. «Per aprirci alla speranza nel nostro futuro», affermò ancora nella stessa intervista, «dovremmo saper rinunciare a cose alle quali ci siamo legati senza capirne la sostanziale vanità. Una rinuncia è però preliminare a qualunque altra e riguarda una convinzione fondamentale per molti di noi: dovremmo convincerci che non siamo i migliori».

Ma Puppi era davvero migliore di molti. Uomo libero, non ha sofferto delle istanze predatorie tanto care agli aspiranti al successo ad ogni costo, non si è piegato a conventicole di alcun genere, né ha approfittato del partito politico al quale aveva aderito, preferendo gli impegni di studioso alla frequentazione di luoghi e persone “utili”. Serenamente consapevole di sé, ha accolto gli encomi e i riconoscimenti, ma egualmente le incomprensioni, con semplicità e leggerezza, al modo degli antichi saggi.

Per quanti di noi gli sono stati amici e l’hanno ammirato è doloroso e difficile oggi parlarne al passato.

Ph: concorsarte.blogspot.com

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