Schizofrenia Lega-M5S, il “laboratorio” Veneto

I 5 Stelle fra opposizione e abbracci (sull’autonomia, con dissenso interno della Bartelle). Zaia che recupera il vecchio “brand” con la Lombardia su Olimpiadi. Analisi di un cortocircuito

Se c’è una schizofrenia di fondo nel governo gialloverde, e c’è, non c’è posto migliore del Veneto per osservarne gli effetti. Le due forze unite temporaneamente e strumentalmente in un “contratto” circoscritto e limitato (per dire: sulla politica estera, ognun per sé e il ministro Moavero per tutti, vedi il voto in Ue sull’ungherese Orban) partono da agende politiche per alcuni aspetti molto diverse, perché diversi sono gli elettorati di riferimento: più settentrionale e ceto medio produttivo la Lega, più meridionale e classe precario-disagiata il M5S. Per taluni punti in cui la comune natura populista e sovranista – che non sono parolacce, checché ne pensino i liberaloni – si esprime in comunanza d’intenti e d’idee (dalla critica ai vincoli finanziari Ue alla politica anti-immigrazionista, Fico permettendo, sui migranti), altrettanti ce ne sono in cui entrambi hanno dovuto ingoiar rospi o mezzi rospi (il Decreto Dignità e il reddito di cittadinanza amari per i leghisti, flat tax e “pace fiscale” per i grillini). Di qui il continuo oscillare, fra gli pseudo-alleati, fra un’azione che procede d’amore e d’accordo e una rivalità interna su binari paralleli. E ogni tanto, fatalmente, qualche contraddizione esplode.

In terra veneta lo vediamo benissimo in queste ore sul caso, che ormai ha del ridicolo, delle Olimpiadi Invernali del 2026. Al di là degli incolpamenti incrociati (Di Maio contro Coni, sindaco torinese Appendino contro sindaco milanese Sala, Lega contro Appendino), dalle parti di Venezia si staglia la posizione da classicissima opposizione da parte dei pentastellati, nei riguardi del governatore Luca Zaia: vogliamo vedere i numeri su Cortina, attacca Jacopo Berti. Embé, che c’è? I 5 Stelle sono da sempre sulle barricate, a Palazzo Ferro Fini. Certo. Peccato che sull’autonomia regionale, a quanto pare in dirittura d’arrivo nella trattativa con Roma, la posizione ufficiale sia stata e sia totalmente aderente alla linea zaiana. Lasciamo stare oggi le motivazioni (secondo noi intelligenti) che hanno portato ad appoggiare il referendum veneto del 22 ottobre 2017: la questione adesso é che il Movimento si trova oggettivamente in una condizione di schizofrenia.

E a palesarla ci ha pensato la consigliere regionale Patrizia Bartelle, che di recente ha fatto emergere il dissenso interno parlando in questi termini, meritevoli di essere riportati per esteso: «Se vogliamo davvero che l’Italia resti unica e indivisibile ci si renderà ben conto del grave abbaglio dei leader del Movimento 5 Stelle di Veneto e Lombardia, illusi di poter cavalcare la battaglia di un’autonomia vaga e indefinita. Eppure solo pochi mesi prima Lega e M5s avevano difeso la Costituzione con una grande ed efficace mobilitazione. Nel Movimento 5 Stelle si fece di tutto per evitare un vero dibattito interno e il gruppo dirigente accolse in fretta la linea del più forte, accodandosi alla Lega; credendo di cavalcare e gestire un successo ovvio e scontato, gli astuti si ritrovarono immediatamente con un pugno di mosche. Una linea politica nata senza un adeguato confronto, come lo spirito originario del Movimento 5 Stelle avrebbe dovuto imporre e come tanti attivisti e numerosi Portavoce a gran voce chiedevano, ma calata dall’alto e del tutto subalterna alla Lega. Ecco come il laboratorio politico che avrebbe poi portato al contratto tra Di Maio e Salvini è nato in Veneto e in Lombardia, proprio dove il M5s aveva ottenuto i peggiori risultati elettorali. I dissidenti interni sono stati emarginati e perfino insultati, la propaganda aziendale ha schiacciato ogni riflessione approfondita e ignorato la cautela di chi chiedeva il coinvolgimento di tutto il Movimento nazionale per formulare una proposta equilibrata che evitasse lo scontro tra le ricche Regioni del Nord e le Regioni “assistite” del Sud».

Secondo la Bartelle la «resa dei conti» sulle incongruenze fra Lega e 5 Stelle non è rinviabile. In realtà, fino alle elezioni europee della primavera 2019, a meno di clamorosi imprevisti il governo Conte durerà: sarà proprio il prossimo appuntamento elettorale a misurare il gradimento degli italiani verso l’alleanza di comodo, e a determinare eventuali rotture o aggiustamenti. E per la verità, a rischiare di rimetterci di più a queste latitudini é il Carroccio, e Zaia in particolare. Perché al suo elettore-tipo (l’artigiano, il piccolo e medio imprenditore, il professionista, il lavoratore delle pmi) come glielo spiega, il campione del Veneto profondo, che la collaborazione a Palazzo Chigi con quegli anti-sistema dei cinquestellati non evita affatto casini come sul fronte Olimpiadi, o porta in dote riforme sociali ed economiche inconcepibili per il suo senso comune produttivista e tendenzialmente liberista?
Finora bisogna dare atto al presidente della Regione che, facendo il controcanto a Salvini di qua, ed escogitando rattoppi da leghista vecchio stile di là (il ripescato asse lombardo-veneto, giusto ieri), si sta barcamenando abbastanza bene, rassicurato fra l’altro dal rapporto a quanto pare rinnovato fra Lega e Forza Italia sul piano locale.

Tuttavia l’andamento schizoide investe in pieno pure lui, e lo danneggia in misura maggiore per la banale ragione che è lui, qui, a governare e quindi a dover giustificarsi di fronte all’opinione pubblica. Ma Zaia ha sempre avuto un gran culo dalla sua: la forma mentis del veneto medio, che comprende anche e soprattutto la sua classe dirigente, non é tarata per stare addosso a chi governa, serrandolo in una pressione critica e costante. Predilige il mugugno. Salvo poi vendicarsi al momento di votare. Fino al 2020, anno della sua scadenza, il governatór deve pregare che la relazione extraconiugale di Salvini con Berlusconi e i forzisti, almeno fino a quanto questi ultimi esisteranno, duri. O in ogni caso, che il centrodestra che gli fornisce la maggioranza non crolli rovinosamente, facendo cadere anche lui. In questa ottica, può darsi allora che la tensione dovuta alla diversità col M5S, se non oltrepassa una certa soglia, in qualche modo gli giovi. Anche se gli resta sempre il problema del suo caro elettore tipico, da rabbonire e distrarre. Difficile la vita, per un amministratore della Lega (e per giunta considerato il potenziale anti-Salvini), sotto il dissociato regime grilloleghista.

(ph: Facebook Porta a Porta)

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