Logorio della Rete moderna? Targhetta: «dormiamo il più possibile»

Lo scrittore di Treviso, vincitore del premio Berto (e secondo al Campiello), sulle “Vite potenziali” di oggi: «come Bianciardi, racconto il disagio da iper-lavoro». Aggiornato ai tempi del web

Non poteva che arrivare secondo, al Campiello della settimana scorsa, un “bianciardiano” come Francesco Targhetta. L’attribuzione, che viene da quel grande emarginato ed eterno scontento che fu lo scrittore toscano Luciano Bianciardi, calza a pennello per questo professore di liceo d’italiano e latino a Treviso che con la sua ultima opera, “Vite potenziali” (Mondadori), ha ripreso quel filone critico sul Nordest produttivo, disagiato e infelice che da Zanzotto a Trevisan a Maino scorre carsicamente nella letteratura veneta. Un po’ perché il suo debutto, un libro di poesie intitolato con involontario senso profetico “Fiaschi”, è avvenuto per il tramite della casa editrice ExCogita della figlia di Bianciardi, Luciana. E soprattutto perché l’anarchico famoso per la “La vita agra” é un punto di riferimento, specie nel racconto disincantato di come il totem-lavoro viene vissuto da queste parti: «l’idea», ci dice Targhetta, mingherlino, molto alla mano, classe 1980, barba brizzolata, amante dei bar «marci», «è che tu sei il tuo lavoro. Invece no, non siamo soltanto questo». Il che non è un’affermazione così scontata, nel Veneto iper-lavorista.

Fra il secondo posto al premio veneziano e la sua prima fatica, si trova un curioso titolo “Perchè veniamo bene nelle fotografie” (Isbn, 2012). Un romanzo in versi, forma ormai rarissima nel panorama editoriale. E a proposito di poesia, Targhetta descrive un mondo a due facce: «moltissimi ne scrivono, ma pochi ne leggono. Per carità, la povertà di lettori di poesie c’è sempre stata, ma ora di più. Eppure ora avrebbe una presa fortissima sul presente: la forma breve, densa, veloce, visiva anche, é quella che si ritrova nel rap che ascoltano i giovani. Ma resta invisibile, perché non vende». Intanto lui, vendite o non vendite, con degli amici ha messo in piedi una piccola casa editrice, “Nervi Edizioni”, con cui pubblica libretti cercando di venire incontro, per quanto possibile, «al diffuso bisogno istintuale di scrivere: mi arrivano moltissime email di poesie, ma devo dire che il livello medio è agghiacciante, perchè spesso mancano le competenze metriche e tecniche».

Ma veniamo a “Vite potenziali”. Il titolo si spiega così: «nella vita di ognuno si sommano vite oltre a quella che stiamo vivendo, legate alle nostre propaggini tecnologiche: acquisti online, email, messaggi eccetera. Non per niente i protagonisti di lavoro sono informatici. E’ come se ci moltiplicassimo, correndo dietro a quella vita felice che oggi dev’essere ricca di esperienze multiple, all’insegna della novità continua». Sembra il ritratto dell’alienato contemporaneo, stressato dall’incessante sballottamento fra un post e un tweet, una story su Instagram e un Whatsup. A sorpresa, invece, nel romanzo «i social network non hanno un ruolo». Ci fa strano, visto che, prosegue Targhetta, «più che fornire risposto mi pongo domande, in particolare sull’uso del tempo, anche se non in modo esplicito. O meglio, sulla cronica mancanza di tempo che ci affligge». I personaggi in scena, «tutti», vanno in crisi nel loro rapporto col lavoro: «vacillano sul senso da dargli, e compare il dubbio sul passo indietro». Ovvero? «Personalmente non penso che la soluzione sia rinunciare, ma piuttosto, per opporsi all’atomizzazione, tornare alla socializzazione reale. Più che una questione politica, la vedo come la ricerca di un equilibrio personale». E attraverso la lente esistenziale si giunge appunto alla narrazione «cupa, ma non apocalittica» dei meccanismi ansiogeni in cui il lavoro viene vissuto: «non avere mai un po’ di quiete tutta per noi, perchè la tecnologia non fa che distrarci da noi stessi».

«Qualche appiglio, però, lo do», aggiunge lui. E lui personalmente l’ha trovato nell’insegnare, che significa «tentare di trasmettere un modo di stare al mondo: per questo, come un insegnante si comporta è fondamentale». Alieno per carattere dall’impegno pubblico («sono timido e introverso, e poi fare l’intellettuale che va in tv o sui giornali mi sa sempre di pretesco, sacerdotale, di possessore della verità ultima»), per tornare all’amato Bianciardi, Targhetta invia al protagonista de “La vita agra”, che poi è Bianciardi stesso, «la sua incazzatura, con quell’umorismo tipico». Tipico dei depressi (com’era un altro grande originario di queste parti, Giuseppe Berto, il cui premio eponimo è stato vinto quest’anno da Targhetta) e di chi “non ci sta”, di chi è consapevole che «non facciamo mai quello che vorremmo fare». Bianciardi sognava di far saltare in aria il Pirellone (e occupare le banche e la tv); Targhetta, più pacificamente, propone il sabotaggio ozioso: «dormire il più possibile, perchè mentre dormiamo non consumiamo». Avremmo pensato anche leggere… «Oggi», ci ribatte sconsolato, «c’è una diffidenza verso la cultura che non ha precedenti: c’è un vero e proprio orgoglio dell’ignoranza che mi mette i brividi. Da un concetto accademico e autoritario della cultura siamo passati al polo opposto». E’ forse il frutto di quel “liberalismo” integrale, alias nichilismo, che ha abbattuto ogni valore. «E’ quello che scriveva Houllequebecq già vent’anni fa in “Estensione del dominio della lotta”, un libro anticipatorio di quel che poi sarebbe accaduto». Vite libere ma disgregate, senza più punti di riferimento e autorità condivise. Vite meno reali e più virtuali. Vite più potenziali che vissute.

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