Vicenza, disumano dire no a musulmani nel cimitero comunale

Ormai si ergono muri perfino tra i morti. Riusciamo ancora a vergognarci?

Premessa la mia personale totale indifferenza a qualsiasi confessione religiosa (ma se proprio dovessi affermare una professione di fede, non potrei non definirmi neopagano) credo che poche cose possano dimostrare la barbara disumanità di questi tempi come il rifiuto della giunta di centrodestra di Vicenza, guidata da Francesco Rucco, di concedere uno spazio per le sepolture dei mussulmani nel cimitero cittadino.

«Parce sepulto», scrive Virgilio nell’Eneide, a significare che di fronte alla morte ogni odio ed ogni distinzione devono spegnersi, per lasciare il posto alla pietas. Così pure, un analogo monito ce l’ha dato, nel 1956, Kon Ichikawa nel suo indimenticabile capolavoro “L’arpa birmana”. Qui Mizushima, un soldato giapponese, all’atto della resa del Giappone, rifiuta di tornare in patria coi compagni, si fa monaco buddhista e si consacra ad una missione: percorrere le plaghe della Birmania seppellendo tutti i cadaveri lasciati dalla guerra, senza chiedersi sotto quale bandiera abbiano combattuto o che fede abbiano professato. Nella lettera d’addio che lascia ai suoi commilitoni, Mizushima scrive: «io non potevo portare che un poco di pietà dove non era esistita che crudeltà. Quanti dovrebbero avere questa pietà. Allora non importerebbero la guerra, la sofferenza, la distruzione, la paura, se solo potessero da queste nascere alcune lacrime di carità umana. (…) Quando vidi i morti giacere insepolti (…) nella dimenticanza e nell’indifferenza, decisi di rimanere, perché le migliaia e migliaia di anime sapessero che una memoria d’amore le ricordava tutte, ad una ad una. Passeranno gli anni, tanti anni, prima che io finisca, e allora, se mi sarà concesso, tornerò in patria. Forse non tornerò più: la terra non basta a ricoprire i morti».

Ma questi sono altri tempi, ed altri uomini. Sono i tempi in cui le guerre contro i miserabili, travestite da guerre di religione, travolgono anche i morti. Sono i tempi in cui si ripropongono per l’ennesima volta le proposte catto-integraliste dei cimiteri per i “bambini mai nati”, e il significato di quest’idea si commenta da solo. Non è nemmeno più il 1830, quando la Congregazione Municipale di Vicenza scelse di offrire ad ebrei, non cattolici e bambini morti senza battesimo un apposito spazio per le sepolture. No. Questo è il tempo dei muri, anche tra i cadaveri, e degli odi, inestinguibili, e chissà se Vittorio Arrigoni, se rinascesse, avrebbe ancora la forza di invocare: «restiamo umani». In questo tempo ci tocca vivere e, se ci riusciamo, di questo tempo vergognarci.

(ph. Diocesi di Vicenza)

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