«Flat Tax, ecco perché crea migliaia di false partite Iva»

Tra le tante proposte previste per la legge di bilancio 2018, non sarà passata inosservata, soprattutto per chi ha la partita Iva con il regime forfettario (ovvero chi ha ricavi compresi tra 30.000 e 50.000 euro annui, a seconda del settore),  la riforma fiscale proposta dal governo “gialloverde”. Una proposta che prevede di mantenere la percentuale di tasse invariata (circa un 30-40%, comprendendo i contributi Inps) a fronte di un massimale di ricavi previsto per 65.000 euro annui per tutte le partite Iva. Il precedente regime dei minimi è stato sostituto qualche anno fa dal governo Renzi con il regime forfettario. La prima modifica di questo modello ha visto una revisione blanda: c’era molta burocrazia e massimali di fatturato bassi. Lo stesso governo l’anno successivo ha dovuto rivedere questa legge, alzando i massimali in stile regime dei minimi, e introducendo alcuni vantaggi.

Ad oggi le moltissime partite Iva che hanno un fatturato sotto soglia dei 30.000/50.000 euro (in base alla tipologia) possono usufruire di questa agevolazione fiscale. Per chi apre una nuova attività, e non supera la soglia stabilità per settore  (per i liberi professionisti è di 30.000 euro) le tasse sono del 5% per i primi cinque anni e del 15%, superati i cinque di attività, sul reddito calcolato con metodo forfettario e applicando una percentuale variabile da settore a settore in base al fatturato e deducendo i contributi 25% circa. Tradotto in parole povere per una nuova attività individuale, per i primi cinque anni, tasse e contributi sono circa del 30%. A ciò poi si deve aggiungere l’acconto sul presunto fatturato dell’anno successivo. Per chi invece prosegue un’attività già in essere, le tasse da calcolare sono circa del 15% sul fatturato, oltre al 25% di Inps. Come per le nuove attività rimane il discorso dell’acconto. Pur avendo alcune note positive, il nodo più grosso è quello dell’acconto sull’anno successivo. Senza questa piaga il regime forfettario, come il regime dei minimi prima, sarebbe un sistema molto utile per giovani e nuove imprese. In generale però questo modello, nonostante questa grande pecca è ad oggi ancora il più conveniente sulla piazza, e quindi in tanti ci accedono.

L’altro nodo reale è quello della soglia. Una volta superato il lordo di 30.000 euro, si entra direttamente nel regime ordinario, che vuol dire dover versare l’Iva al 22% – un valore aggiunto che incide moltissimo nelle tasche dell’imprenditore, non permette di fare gli stessi prezzi al cliente rispetto a chi ha un regime forfettario, e che prevede molta più burocrazia e costi -. Vuol dire in poche parole pagare una “vagonata” di tasse in più. Non esiste infatti un “passaggio leggero” o una proporzionalità. E proprio per questo tante partite Iva cercano di rimanere sotto soglia del regime forfettario, non superando i massimali, evitando così di dover pagare di più allo Stato, al commercialista e dovendo aggiungere i faldoni di scartoffie in ufficio. La proposta del governo “gialloverde” è alquanto radicale. Aumentare il massimale di fatturato per il regime forfettario a 65.000, mantenendo la quota di tasse di cui parlavamo sopra. E quindi perché scrivere un articolo contro questa scelta? Prima di tutto manca un concetto semplice: la proporzionalità. Non si vede perché, in un sistema economico che dovrebbe prevedere che chi guadagna di più deve dare anche di più, chi ha un fatturato lordo di 20.000 euro debba pagare in proporzione le stesse tasse di chi fattura 45.000 euro o 65.000 euro. In secondo luogo, il rischio reale di questa scelta è che si possano creare moltissime false partita Iva. Perché? Parlano i numeri. Se un’azienda, al posto di assumere un dipendente a tempo determinato o indeterminato, decidesse di trovare dei collaboratori con partite Iva, grazie alla Flat tax, potrebbe risparmiare moltissimo denaro. Senza poi dover gestire: ferie, permessi, tfr e malattie.

Se a questa situazione si aggiunge poi che nel Decreto Dignità il numero dei rinnovi dei contratti a tempo determinato è diminuito, senza incentivare in maniera forte l’assunzione a contratto indeterminato, è facile intuire che nei prossimi mesi aziende più o meno grandi troveranno molto più conveniente avviare collaborazione con partite Iva, anziché assumere dipendenti. Per trovare un’alternativa servirebbe maggiore proporzionalità. Scaglioni più vicini e proporzionali, un esempio banale ma concreto è quello di aumentare la tassazione dell’1% ogni 5.000 euro lordi sopra i 30.000 euro, non disincentiverebbe nessuno a lavorare di più creando un sistema più equo. Per quanto riguarda l’abolizione dell’acconto sull’anno successivo, qui il tema è abbastanza semplice: non si capisce perché un lavoratore debba fare da “Banca” nei confronti dello Stato. Infine il tema più importante. Serve evitare che si creino centinaia di migliaia di false partite Iva. La discussione sulla stabilità dei contratti può essere accesa quanto si vuole, e il fatto che non esista più il lavoro stabile così come l’hanno conosciuti i nostri padri è indiscutibile. Ma non si può creare un modello dove il welfare non esiste più. Perché allora altro che dignità e poche tasse. Qui stiamo andando incontro alla precarietà più becera.

Stefano Dal Pra Caputo (in collaborazione con Maurizio Chindamo, tributarista)

(Ph. Shutterstock)

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