Lucano, la legge è uguale per tutti. O forse no

L’arresto del sindaco di Riace in un momento politico in cui l’immigrazione è criminalizzata. E il partito dato come primo nei sondaggi paga le condanne a rate

La notizia del giorno é l’arresto di Domenico Lucano, sindaco di un piccolo paese calabrese di nome Riace, sconosciuto fino a qualche anno fa, balzato alle pagine dei più grandi giornali internazionali come modello di salvataggio di un luogo in declino tramite l’integrazione. Ma facciamo un passo indietro.

Riace è uno dei risultati migliori del progetto di accoglienza Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) che ha accolto oltre 6000 persone dal 1998. È un’esperienza che ha visto l’intreccio di due aspetti critici nell’Italia di oggi, l’abbandono delle zone rurali (soprattutto al sud) e l’integrazione tra immigrati e italiani. Cinquecento migranti hanno iniziato a convivere in un paese di 1300 persone e questo «ha dato grande speranza a un luogo destinato a sparire, e questo non cento anni fa, ma nel 2000 quando chiudevano scuole, istituzioni pubbliche e luoghi di vita in molti paesi della Calabria», raccontava Lucano nel 2016. Un’utopia della normalità che ha visto un paesino rinascere grazie all’apertura di ristoranti, botteghe, scuole multilingua e un giro di turismo incrementato anche da questo sindaco testardo e perseverante che voleva mettere insieme afghani, eritrei, nigeriani, pakistani con, per lo più, anziani cittadini italiani. Aveva fatto ristrutturare case abbandonate da emigrati italiani in ogni parte del mondo, ormai diventate ruderi, per favorirne l’abitabilità. Aveva anche trovato i fondi per rifare l’impianto di illuminazione di tutta Riace. Poi succede che il ministero taglia i fondi, iniziano le problematiche, Lucano decide di fare uno sciopero della fame. Proprio lui che, intervistato dal New York Times qualche mese prima, era stato inserito da Fortune nella lista delle cinquanta personalità più influenti al mondo, si ritrova ora ad avere una macchina a cui manca improvvisamente la benzina.

Questa è una storia divisa in due parti. Nella prima, siamo nel dicembre del 2016, e vengono fatte delle indagini. Lucano viene indagato per truffa e concussione a causa di «anomalie nel funzionamento del sistema». I fondi a Riace vengono bloccati, niente più bonus e borse lavoro con cui il sindaco aveva potuto gestire l’arrivo, l’integrazione e la gestione dei migranti. Una macchina funzionante, riconosciuta come modello di integrazione e molto complessa da mandare avanti. Qualche tempo dopo, le accuse cadono nel dimenticatoio, il modello di Riace viene riconosciuto come un successo di integrazione e gli ispettori ammettono che il taglio dei fondi sia una circostanza che «abbia comportato difficoltà considerevoli».

Seconda parte, 2018. Lucano è stato arrestato (arresti domiciliari) il 2 ottobre dalla Guardia di Finanza con capi di accusa che attengono al favoreggiamento di immigrazione clandestina e illeciti nell’affidamento del servizio raccolta rifiuti.  Dalle indagini dell’operazione “Xenia” della procura di Locri sembrerebbe che il sindaco Lucano e la sua compagna abbiano adottato «efficaci espedienti criminosi» per far entrare in Italia i migranti. Nel comunicato della procura si parla di organizzazione di matrimoni di convenienza tra cittadini italiani e donne straniere per rimanere sul territorio. Nella fase conclusiva della nota, il gip si è pronunciato per la non sussistenza dei fatti imputati al sindaco, «rilevando che, ferme restando le valutazioni espresse in ordine alla tutt’altro che trasparente gestione, da parte del Comune di Riace e dei vari enti attuatori, delle risorse erogate per l’esecuzione dei progetti SPRAR e CAS, ed acclarato quindi che tutti i protagonisti dell’attività investigativa conformavano i propri comportamenti ad estrema superficialità, il diffuso malcostume emerso nel corso delle indagini non si è tradotto in alcuna delle ipotesi delittuose ipotizzate». Nessuna associazione mafiosa, nessun indebito arricchimento.

Rimangono due aspetti. Uno legislativo, e raccolto in documenti che non legge nessuno perché troppo complicati. L’altro, è l’arresto di Lucano, che ha una valenza anche politica. Arrestarlo oggi, con un decreto sicurezza che cambia le regole del gioco, con le Ong stigmatizzate a taxi del mare, con un tasso di morti del Mediterraneo aumentato vertiginosamente, con episodi razzisti all’ordine del giorno, arrestare uno come Lucano oggi ha un significato politico molto forte. Peraltro, non negato dai politici che spingono per questa visione a tolleranza zero. Domenico Lucano vale zero, ricordate? Cosa rimane? Oggi, a noi cittadini comuni rimane che se sei ministro dell’Interno puoi fare parte di un partito che ha rubato 49 milioni e puoi restituirli in comode rate, tutto sommato non vergognandoti nemmeno troppo. Se sei sindaco di un paese di 2000 anime e cerchi di aggirare ostacoli burocratici che rischiano di fermare una macchina che fa sopravvivere il tuo paese e le sue persone, meriti gli arresti domiciliari. Quello che rimane sono le pistole fumanti dell’assassinio di un modello di accoglienza che funzionava e che, finalmente, usciva dalla logica emergenziale dell’immigrazione, provando a giocarsela davvero, sul terreno dell’integrazione. Per tutto il resto, attendiamo la sentenza perché alla fine, forse, la legge è uguale per tutti.

(ph: Facebook nondallaguerra.it)

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