Fondazione Arena, pace Sboarina-Gasdia? Una foglia di fico

La cessione delle deleghe al direttore generale dovrebbe mettere a tacere una lunga catena di problemi. E invece ne crea

Adesso quello che ci vorrebbe per la Fondazione Arena è una cura d’urto e si chiama, ancora una volta, commissariamento. Ma questo vorrebbe dire che in Italia c’è ancor qualcuno capace di adottare provvedimenti necessari prima che sia troppo tardi, quindi dubitiamo che possa avvenire. Vale per le Fondazioni lirico-sinfoniche come per i molti enti pubblici, che ancora pensano di comportarsi come gli pare, ignorando le leggi e il fatto che stanno in piedi con il denaro pubblico.

In verità con la Fondazione Arena di Verona pensavamo di averle viste tutte, di non dover imparare più nulla di così brutto e sgradevole, come quello che è accaduto negli ultimi anni. Un festival lirico che nel tentativo di «aumentare le entrate», mentre ammazzava la qualità dell’offerta musicale, promuoveva, d’intesa con il ministero, la realizzazione una società per la gestione degli spettacoli «leggeri», che alla fine (altro che incassi) produceva solo altri debiti. Un Sovrintendente-perito agrario che si lanciò in pericolosi giochi di bilancio e tutti tacquero, salvo stracciarsi le vesti anni alla sua dipartita, quando arrivò il conto milionario dell’Agenzia delle Entrate.

Un sindaco-Tafazzi che nel suo odio per la musica lirica, dopo aver proposto di far diventare l’Anfiteatro romano un circo o un Luna Park, scatenò i suoi uomini per lo scioglimento e la privatizzazione di quella stessa Fondazione che lui aveva contribuito a indebitare, a dispetto dell’indotto e di una lunga e consolidata storia. Un altro sindaco (avvocato), che subito dopo essersi candidato al rilancio e al rinnovamento, pensò bene di recarsi a proporre al ministro per la nomina a sovrintendente un rispettabile signore, che sfortunatamente al suo attivo aveva al massimo alcuni anni di esperienza come direttore commerciale di un’azienda di camion.

Ora, la novità di ieri è che, dopo cinque mesi di braccio di ferro, la «sovrintendente» Cecilia Gasdia, novella Turandot, ha alla fine accettato di cedere al direttore generale – di nomina politica – le deleghe più importanti di sua esclusiva competenza, senza che esista uno straccio di motivo razionale o legale per questo atto, lasciando senza parole tutti quanti, soprattutto i fan di Cecilia, indimenticabile Anna Bolena scaligera, con una immacolata carriera artistica ai più alti livelli. A meno che l’obiettivo non sia quello di condurre Fondazione alla privatizzazione.

La questione ha molti aspetti. Qui ne toccheremo uno solo, quello giuridico-sostanziale. Punto di partenza è che la legge conferisce al Sovrintendente delle fondazioni lirico sinfoniche praticamente tutte le responsabilità (ne risponde addirittura in solido, con i suoi beni personali) e tutti i poteri. Essa prescrive che il sovrintendente sia una specie di dominus e il suo profilo abbia certe caratteristiche, esperienza manageriale e competenze artistiche. In altre parole, il modello di governance che la legge ha prefigurato per le Fondazioni (non a caso, dati i precedenti casi di mala gestio) è quello di una specie di autocrazia, con una sola persona al comando, che ne deve rispondere. Ora, con l’accordo stipulato tra Gasdia e il sindaco (ma già prima, con il contratto di assunzione del direttore generale, che Gasdia aveva sottoscritto), la sostanza, oltre che la lettera della legge, sono state stravolte. Lo spirito della legge è stato aggirato, la Fondazione ha cambiato pelle e cuore, come se le leggi della Repubblica non valessero per Verona (giudice cercasi).

Alla pari del suo predecessore infatti, il sindaco Sboarina, anziché affidare a manager competenti e autonomi il raggiungimento degli obiettivi artistici e finanziari, con l’approvazione del Consiglio di Indirizzo e l’acquiescenza passiva di molti altri, per incomprensibili motivi ha forzato le circostanze, al punto da ribaltare il modello di governance tracciato dalle leggi sulle Fondazioni, e perfino dallo statuto medesimo di Fondazione Arena, tutto, apparentemente, solo per mettere a capo della Fondazione un direttore generale di sua nomina (ricordiamo che il sovrintendente al contrario è di nomina ministeriale).

Impropriamente, perché la legge sulle Fondazioni non prevede assolutamente né che la responsabilità gestionale sia suddivisa tra sovrintendente e dg – tipo aquila bicipite – né tantomeno che la responsabilità sia concentrata nelle mani di un solo dg facente funzione di sovrintendente, come risulta dalla cessione delle deleghe da poco effettuata (e confinando di fatto il sovrintendente legalmente riconosciuto, come hanno scritto i giornali, al ruolo di mero direttore artistico).

Ovviamente, certe forzature con le leggi e con le società a prevalente capitale pubblico non sono affatto gratuite, ma introducono ulteriori ferite all’interno delle istituzioni, aggiungono squilibri a squilibri, pericolosi per la sorte delle istituzioni stesse. Ad esempio, basti pensare che lo scenario che ora ragionevolmente si apre è quello di consentire entro un anno, all’attuale direttore generale, di maturare i «titoli» formali per aspirare alla nomina a sovrintendente. Con il che si otterrebbe così di portare a termine quella furbesca operazione che, a suo tempo, il ministro aveva considerato impraticabile, bocciando la proposta del sindaco di conferire l’incarico di sovrintendente al De Cesaris, e nominando al contrario Gasdia. Nessun passo avanti, dunque, verso una gestione più manageriale e più razionale di quel gioiello che sarebbe Fondazione Arena, se non fosse (illacrimata) pervicacemente nelle mani di una politica locale, che negli ultimi decenni ha dato pessima prova di sé.

(Ph: Sboarina Sindaco)

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