Riace e il prezzo della disobbedienza civile

Lucano potrebbe invocare il diritto di resistenza. Ma accettando le conseguenze penali. E fornendo così un assist a Salvini

Il sarcasmo di Salvini e l’allarmismo su derive autoritarie da parte Saviano sono fuori luogo, sulla vicenda del sindaco di Riace. Può sembrare paradossale ma Domenico Lucano può contare sui padri costituenti, per legittimare la sua disobbedienza. E anche su illustri predecessori come Pannella e Guareschi. Quest’ultimo prima di entrare in carcere dichiarò: «per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione». La differenza tra Lucano e i suoi predecessori è la trasparenza e l’evidenza con cui disubbidirono: Pannella spacciando apertamente erba in piazza, Guareschi assumendosi la responsabilità di caustici articoli contro Einaudi e De Gasperi.

Lucano rivendichi apertamente il diritto di resistenza a leggi che reputa sbagliate – con l’inconveniente che rischia di offrire un assist al ministro dell’Interno. Per comprendere il diritto di resistenza dobbiamo rifarci ai lavori preparatori all’art. 54 della Costituzione: «tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge».

Il 3 dicembre 1946, la prima Sottocommissione della Commissione per la Costituzione su proposta del democristiano Dossetti e del demolaburista Cevolotto approva il seguente articolo: «la resistenza, individuale e collettiva, agli atti dei pubblici poteri che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino». Il testo dell’articolo ricevette un tiepido appoggio in Togliatti ma una sincera e motivata difesa da parte dei costituenti democristiani. Moro preciserà che il diritto di resistenza può essere inteso anche come un dovere morale, che è bene sia affermato dalla Costituzione, nel senso che la passività, di fronte all’arbitrio dello Stato, costituisce inosservanza di un dovere morale fondamentale.

Pertanto la norma ha un preciso e netto significato giuridico, in quanto pone un criterio direttivo al legislatore penale, affinché non consideri come reati degli atti commessi con apparenza delittuosa; ma che hanno invece il nobile scopo di garantire la libertà umana. Il relatore Merlin si richiamerà a Tommaso d’Aquino, uno dei principali pilastri teologici della Chiesa Cattolica, che scrisse: «bisogna dire che il regime tirannico non è giusto perché non è ordinato al bene comune ma al bene privato di colui che governa. Per tale ragione il sovvertimento di questo regime non ha carattere di sedizione».

Alla fine l’Assemblea nella seduta finale del 5 dicembre 1947 non approvò il comma per non sancire un principio rivoluzionario. Uno dei motivi per cui il concetto di resistenza non è stato inserito nella carta costituzionale è la possibile confusione tra il concetto di resistenza e quello di rivoluzione. Invece tra i due termini c’è una profonda differenza: la rivoluzione tende al rovesciamento del regime politico; la resistenza mira alla conservazione del regime politico (purché sia, naturalmente, democratico) e quindi è uno strumento di garanzia per la sua esistenza.

Nonostante la sua non inclusione nel testo costituzionale, i lavori parlamentari autorizzano a parlare, nel dibattito per l’approvazione, del diritto di resistenza che troverebbe la sua legittimazione nella sovranità popolare sia collettiva che individuale. Lucano quindi può legittimamente rivendicare, richiamandosi alle parole di Aldo Moro, il diritto di resistenza individuale agli atti dei pubblici poteri che ritiene violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, ma, a legislazione vigente, deve accettarne le conseguenze come fecero i suoi predecessori.

Anche il ministro Salvini, tuttavia, può rivendicare il diritto di resistenza contro norme di diritto internazionale che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, tra queste le norme europee che impongono la priorità della stabilità finanziaria sui diritti sociali sanciti dalla Costituzione. Perché i principi fondamentali della nostra Costituzione sono parte inseparabile dalla forma repubblicana, che non può essere riformata stante il divieto dell’art. 139. Ma questo, come si dice, è un altro discorso.

(ph: Facebook Domenico Lucano)

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