Padovani, la coerenza delle dimissioni e la Verona supercattolica

La capogruppo Pd ha preferito la coscienza al partito. Ma allora doveva tirare subito le conseguenze. Il “medioevo” non torna, ma un “medievalismo” scaligero esiste

Qual è la stata la “colpa” di Carla Padovani, la capogruppo Pd veronese che ha votato una mozione comunale per finanziare associazioni anti-abortiste e dichiarare Verona “città della vita”? Non il voto a favore, dato assieme ad una maggioranza di centrodestra che, per bocca del sindaco Federico Sboarina e soprattutto del consigliere leghista Alberto Zelger, ha così ribadito quanto sia «cattolica» l’amministrazione, e cosa si pensi ai suoi vertici su certi temi («i gay sono una sciagura per la riproduzione e la conservazione della specie»). No, la sua responsabilità sta nel non essersi comportata responsabilmente verso il suo gruppo consiliare, verso il suo partito, il Democratico, che sulla legge 194 sul diritto all’interruzione di gravidanza ha da sempre una posizione chiara, cioé favorevole.

Fra il tribunale della coscienza e il tribunale del partito, la cattolica focolarina Padovani, già democristiana margheritina Udc, ha scelto di rispettare il primo. E date le sue personali convinzioni religiose, non poteva fare altro: o uno è coerente sempre, o non lo é mai. Ma salvaguardata la coerenza interiore, il ruolo di capogruppo in consiglio comunale doveva imporle di lasciare immediatamente, rassegnando le dimissioni. Perché o si rappresentativi sempre, o non lo si é mai. Invece lei, travolta dall’inevitabile mare di polemiche, si é chiusa in un quasi silenzio stampa e telefonico mentre il Pd, già disastrato di suo, si faceva friggere sulla graticola nazionale.

Il passo che avrebbe dovuto compiere un minuto dopo il voto in aula, ora la Padovani sarà costretta a farlo subendolo, sotto assedio di tutto il partito che le si è schierato contro. La consigliere regionale (ed ex candidata sindaco) Orietta Salemi vorrebbe almeno salvarla dalla probabile uscita verso il gruppo misto (magari, sussurrano i maliziosi, per abbracciare in prospettiva l’adesione al centrodestra). Ma a questo punto, per non tradire all’ultimo tratto la saldezza delle proprie idee, dovrebbe essere la Padovani stessa a preferire un dignitoso addio ai “compagni” che la stanno mettendo alla porta. Quei compagni che, a Palazzo Barbieri, l’avevano eletta capogruppo dopo le solite divisioni interne per un compromesso al ribasso, e non certo perché esaltati dalla sua profonda cattolicità.

E’ chiaro che la mozione di un Comune non può mettere in discussione una legge nazionale (già mezza disapplicata di suo per la diffusa obiezione di coscienza dei medici), e dunque gridare al lupo come hanno fatto in tanti in questi giorni, dalla Bonino in giù, o ad una vittoria epocale, come hanno fatto certi esagitati del fronte opposto, é un far polverone comprensibile ma ingiustificato. Oltre al piano amministrativo dei fondi ai cosiddetti “pro-life”, c’é tuttavia una valenza culturale che rende una peculiarità tutta scaligera nel panorama veneto: la radicalità cattolicheggiante di un centrodestra che é molto più destra che centro. Ora, parlare, come è stato fatto dai grillini, di ritorno letterale al Medioevo non ha ovviamente alcun senso. Però, nelle more del senso comune e alle radici della “destra profonda” veronese, una sorta di medievalismo c’é. Inteso, appunto, come radicalismo cattolico.

In un libro da poco uscito per i tipi di Solfanelli dal titolo “Cattolici tra europeismo e populismo. La sfida al nichilismo”, il giornalista cattolico militante Matteo Castagna cita un articolo del 1914 di padre Agostino Gemelli, fondatore dell’Università Cattolica di Milano, in cui si legge: «noi siamo medievalisti e lo siamo perché riconosciamo che la così detta cultura moderna è il più fiero nemico del cattolicesimo e perchè è vano parlare di adattamenti, di penetrazione. Tutto questo è vano. Tutto questo si riduce, in ultima analisi, a rinunciare a ciò che è l’elemento fondamentale del cattolicesimo». Fatte le debite proporzioni, le parole dell’integralista Zelger discendono da una fede vissuta così: in modo integrale, o integrista, apertamente ostile allo spirito del tempo, che invece é liberale e progressista. Una integralità, come la Padovani testimonia, che lambisce perfino il centrosinistra.

Ma Verona non è il Veneto. E non é l’Italia. Non ce la vediamo la donna italiana media, anche quella credente e più o meno praticante, battagliare in massa per l’abrogazione della legge 194 contro un aborto legale ormai entrato nella mentalità, appunto, media. La cultura individualista dei diritti si è fatta sangue e corpo della società – giusto per usare un linguaggio da messa. Molto difficile sradicarlo. Perciò, calma: l’apocalisse non é qui.

(ph: Facebook Carla Padovani)

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