BpVi, non il processo di Kafka ma quasi

Corretta la decisione di mantenerlo a Vicenza. Ma ci sono tanti nonsense ancora da spiegare

La Corte di Cassazione ha deciso che il processo a Zonin e gli altri ex amministratori e dirigenti della Banca Popolare vicentina rimane a Vicenza. Decisione corretta, visto che nel corso delle indagini nulla, ma proprio nulla, ha suggerito che vi fosse un pregiudizio verso gli imputati. Al contrario, chi scrive e altre persone di indiscusso equilibrio si permettono di pensare che la Procura avrebbe potuto chiedere anche delle misure più dure.

E’ difficile non fare paragoni con il caso gemello di Veneto Banca per il cui ex amministratore delegato, Vincenzo Consoli, la magistratura di Roma, con conferma di quella di Treviso, ha preso provvedimenti di restrizione personale ed effettuato sequestri su tutti i beni, compresi quelli della consorte. Naturalmente, il pregiudizio sarebbe stato da parte della corte giudicante della quale nulla si può dire non avendo ancora iniziato il proprio lavoro. Però, se il buon giorno si vede dal mattino, niente faceva presagire che la Corte non potesse essere equanime.

Ora si aspetta il giudizio del giudice per le indagini preliminari, Venditti, per sapere se il Zonin e gli altri sei imputati saranno rinviati a giudizio. Il risultato non dovrebbe che essere che questo, ma il precedente del 2001, quando per due volte – e da parte dello stesso magistrato – si decise sull’archiviazione di Zonin e del suo direttore generale, desta sempre qualche preoccupazione. Comunque, anche sulla stampa nazionale, l’episodio fu visto come un trattamento di favore per l’ex presidente. I timori degli avvocati per un ambiente inadatto al dibattito sembrerebbero quantomeno azzardati e sicuramente di parte, visto che si tratta dei difensori di Zonin.

C’è anche un altro fatto che lascia molto perplessi. Com’è possibile che due ex vicepresidenti dell’istituto, Marino Breganze e Andrea Monorchio, non siano stati ancora chiamati in causa?Essendo entrambi professionisti di lungo corso, con specializzazioni giuriche a livello universitario, risulta difficile prendere atto di come non siano riusciti a capire cosa accadeva alla banca. Stesso discorso per l’ex collegio sindacale e l’audit interno. Si tratta di mancata opera di vigilanza sul bilancio ed altri atti che, per come è stata effettuata, ha consentito di distruggere la Popolare. Ora, se io ho delle incombenze precise e delicate per le quali sono generosamente remunerato, è ovvio che i clienti della banca che nulla possano sapere se non quello che la dirigenza vuole e permette, possano pretendere che vi sia qualcuno a vegliare per lui sul buon andamento dei conti. Se questo non è stato fatto, è giusto che chi poteva debba spiegare. E pagare.

Quanto all’arringa di difesa di Zonin, si può capire che i difensori di un accusato lo debbano presentare come vittima delle circostanze, ma, ci sono legioni di persone che possono testimoniare – sarebbe sufficiente leggere i verbali dei consigli di amministrazione fra ultimi anni ’90 e primi anni 2000 con gli interventi dell’allora vicepresidente, Gianfranco Rigon – che il grande inconsapevole gestiva tutto e tutti senza quasi mai esporsi in prima persona. A questo proposito, sarà interessante ascoltare la versione dell’ex direttore generale, Samuele Sorato.

(Ph. Shutterstock)

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