I primi cento giorni di Renzo Rosso a Vicenza

Mercato estivo senza pazzie, avvio in sordina in campionato, rinuncia al titolo sportivo del Vicenza. E più mugugni che entusiasmo fra i tifosi

Il 18 giugno scorso Renzo Rosso firmava l’acquisto del ramo d’azienda della fallita società per azioni Vicenza Calcio, acquistandone per un controvalore di 1,1 milioni di euro il Settore Giovanile (da solo valutato mezzo milione), «immobilizzazioni materiali» (ovvero attrezzature, automezzi, mobili), oltre a «indumenti sportivi, targhe coppe, trofei e simili». Sono trascorsi cento giorni da quella storica data, si può tracciare un primo bilancio.

Coerenza. La prima voce del rendiconto è senz’altro la linearità e la consequenzialità dell’operato di mr. Diesel. Fin dall’inizio ha chiarito con le parole e con i fatti che per lui e per la sua holding “Only the brave”, questa iniziativa è business. Lo aveva fatto capire già il 26 maggio presentando al Tribunale fallimentare di Vicenza una offerta di acquisto che non comprendeva il titolo sportivo (la licenza che la Federazione attribuisce ad una società per disputare un campionato) del Vicenza. Se Rosso avesse inserito anche il titolo avrebbe dovuto spendere altri 1,3 milioni subentrando nei contratti di alcuni giocatori ed accollandosi gli arretrati dei compensi stagionali non solo dei calciatori ma anche dei dipendenti sportivi.

La sua coerenza di uomo d’affari si è concretizzata quindi nel rinunciare al titolo del Vicenza (che, dal 1° luglio, è tornato alla Federazione ed è teoricamente disponibile per la assegnazione ad una società che presenti requisiti e garanzie) trasferendo dal Grappa ai Berici la sua società Bassano Virtus, che militava nello stesso girone di Serie C. Ha risparmiato un bel po’ di soldi ed ha ottenuto lo stesso risultato: insediarsi a Vicenza, in una piazza storica del calcio italiano, con una area di mercato che copre tutta la provincia e con prospettive di ritorno in una serie più consona, magari in A. Per di più è subentrato nella convenzione stipulata pochi mesi prima dal curatore fallimentare con il Comune per l’utilizzo dello Stadio Menti.

Perdite. Sì, ci sono state delle perdite e mica da poco. Perché, per portare a compimento il progetto di Renzo Rosso, sono dovute sparire dal calcio italiano due società, sia pure con storia e palmarès diversi. Prima di tutto il Vicenza, 115 anni di esistenza, la società più antica del Veneto, detta la “Nobile Provinciale” per i suoi trent’anni in Serie A, vicecampione d’Italia nel 1978, vincitrice della Coppa Italia nel 1997. L’obbiettivo dell’ex-Bassano è quello di accreditarsi come erede di quel Lanerossi. A cominciare dal nome, ‘L.R. Vicenza Virtus’, in cui l’acronimo allude appunto a Lanerossi, marchio commerciale che le norme federali vietano di abbinare nel calcio professionistico.  C’è poi il recupero della “R”, il logo che ha campeggiato sulle maglie biancorosse dal 1953 al 1990, che è tornato in primo piano in tutta la immagine coordinata del club. Anche i colori sociali sono stati cambiati per garantire una continuità: al giallo e al rosso della Virtus sono stati sostituiti il bianco e il rosso del Lane. Su questo punto RR non è stato di parola: aveva promesso ai tifosi bassanesi che i colori sociali sarebbero risultati dalla fusione di quelli delle due società, ma così non è stato. E così arriviamo alla seconda perdita: perché è sparito anche il Bassano Virtus, 114 anni di vita in gran parte fra i Dilettanti. Il suo titolo sportivo sopravvive ma di quel club non c’è più nulla. Tant’è che il suo posto è stato preso da una nuova società, partita praticamente da zero.

Investimenti. Nei primi cento giorni non ci sono stati investimenti importanti. Il business plan – ha svelato Renzo Rosso  – si sviluppa in cinque anni e non è detto che arrivi la promozione già al termine del primo campionato. Secondo il sito specializzato ‘Transfer markt’ il mercato estivo si è chiuso con una leggera perdita, 150.000 euro. Perché la scelta è stata quella di mantenere in gran parte la rosa del Bassano aggiungendo qualche giocatore nei ruoli meno coperti. L’acquisto più costoso (500.000 euro) è stato quello dell’attaccante Stefano Giacomelli, nelle sei stagioni precedenti in forza al Vicenza e quindi svincolato dopo il fallimento. Grossi nomi non ne sono arrivati e questo ha creato del malcontento e un po’ di delusione nella tifoseria vicentina, che si aspettava qualcosa di più. Investimenti strutturali, anche per mancanza di tempo, praticamente non ce ne sono stati. Si è lavorato molto di tinteggiatura per dare un aspetto meno decadente allo stadio, ma altro non si è potuto fare. Per il promesso rifacimento dell’ultra-ottuagenario impianto bisognerà aspettare un bel po’.

Campionato. Non è cominciato bene per l’L.R. Vicenza che, nelle prime tre partite, aveva collezionato appena tre punti con altrettanti pareggi. Il problema, secondo la critica, era la qualità della squadra, non di gran pregio a sentire i detrattori. I tifosi, soprattutto quelli che meno bene avevano mandato giù l’abbandono del titolo sportivo, avevano cominciato a mugugnare sempre di più. Poi però è arrivata la prima vittoria in trasferta sul campo della Feralpi Salò, quotata fra i top team del girone ma reduce da un avvio di stagione peggiore di quello dei biancorossi, e, subito dopo, la prima al Menti a spese di una Vis Pesaro, squadra invece decisamente assai modesta.

I sei punti conquistati hanno fatto salire il Vicenza a ridosso dell’alta classifica e, soprattutto, rintuzzato le critiche e riacceso gli entusiasmi. A cosa si deve il successo? Visto che i giocatori messi in campo da Colella erano più o meno gli stessi delle partite precedenti, l’unica spiegazione sta nel cambio di modulo. Il 4-2-3-1 precedente non funzionava e la aggiunta di un centrocampista al posto di una mezzapunta ha creato gli equilibri che non si erano visti prima.

(ph: Vvox)

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