La naja è imparare la guerra, non un corso di educazione civica

Il Veneto ha votato per ripristinare la leva obbligatoria. Ma il servizio militare non è un passeggiata (elettorale)

Il tema del ripristino della naja è un tema serio, un argomento di grande rilevanza civica e civile, e proprio per questo non può essere trattato come un qualsiasi altro problema, uno di quelli che la nostra politica solitamente discute e strilla sui giornali solo per fare cassetta, per raccogliere un po’ di consensi, visto che a quanto pare, l’Ana (Associazione Nazionale Alpini) ne ha fatto un suo cavallo di battaglia e i voti degli alpini non sono da buttare… Quindi cerchiamo di affrontarlo come merita, se possibile senza entusiasmi irrazionali, nel senso di ipotizzare una soluzione che effettivamente raggiunga almeno in parte gli obiettivi che si propone. Alcune premesse:

1. Il modello attualmente adottato di esercito professionale, utilizzato prevalentemente per il cosiddetto peacekeeping, presenta non pochi problemi, non è l’ideale e meriterebbe riflessioni più approfondite da parte della politica. Infatti, costa molto, non sempre persegue i fini per cui è stato istituito (interventi di pace) e nonostante le ingenti spese, per tutta una serie di motivi che qui non possiamo elencare, abbiamo ragione di credere che sarebbe inadeguato in caso di effettivo bisogno bellico. È un modesto compromesso per ridurre le spese militari, realizzato da una classe politica che certi valori non li ha mai né conosciuti, né sostenuti e al massimo riusciva a preoccuparsi di mantenere accettabili livelli di occupazione tra i dipendenti del Ministero della Difesa.

2. Tuttavia, va detto che il precedente modello basato sulla coscrizione obbligatoria presentava alcuni aspetti certamente positivi, ma essi erano limitati ad alcuni corpi di élite, dove le tradizioni e la qualità umana dei comandanti garantiva un minimo di coerenza tra le finalità costituzionali e la pratica quotidiana. Per il resto, a essere onesti, quello che avveniva in gran parte delle caserme era una perdita di tempo, distruttiva e dannosa per quello stesso senso civico che avrebbe dovuto alimentare. Era quindi indispensabile riformarlo, per migliorarlo, ma ripeterlo oggi sic et simpliciter come un tempo sarebbe un suicidio.

Oggi, i nostri nuovi sostenitori del servizio militare/civile, obbligatorio, breve, su base regionale sciorinano un elenco di vantaggi, quali lo sviluppo di un maggiore senso civile nei giovani, l’attaccamento alla Patria e ai valori della Costituzione, che in linea teorica nessuno disconosce, ma che dubitiamo potrebbero realizzarsi concretamente, all’interno di una struttura quale è l’attuale. In primo luogo, in così poco tempo sarebbe praticamente impossibile fornire qualsiasi accettabile livello di addestramento militare, anche per la sofisticazione raggiunta dai sistemi d’arma. Secondariamente, lo sviluppo e la crescita di attitudini civili troverebbe ben poco spazio all’interno di un’organizzazione prevalentemente professionale, quale sono le FF.AA. odierne, dove i valori civili e morali del personale sono secondari rispetto alle loro prevalenti esigenze retributive, di carriera, sindacali etc. I professionisti fanno fatica a insegnare l’amor di Patria ai giovani.

Quindi, prima di procedere al reinserimento di qualsiasi forma di coscrizione obbligatoria, sarebbe necessario uscire dall’ambiguità che l’istituzione di un esercito professionale, “finalizzato” agli interventi di pace, ha purtroppo rafforzato. E dire sinceramente quale è il modello di difesa che vogliamo sviluppare. Sapendo che certamente quello “professionale” è inadeguato a educare i giovani ai valori civili che invece avrebbero dovuto essere tipici dell’esercito tradizionale. La coscrizione obbligatoria sarebbe una benedizione per il nostro Paese, ma per essere realizzata ha bisogno di Forze Armate in grado di svolgere una funzione magistrale ed educativa ai valori costituzionali, per la quale oggi non è pronta.

I nostri giovani infatti dovrebbero apprendere che la Difesa non è la Croce Rossa o la Caritas, che le Forze Armate si chiamano così perché devono fare la guerra, che è una cosa schifosa, come tutti riconoscono, soprattutto quelli che la fanno. A meno che non si ritenga di non avere più bisogno una forza armata accettando che in caso di guerra la difesa dei nostri territori e delle nostre popolazioni sia consegnata ad altri (il che in linea teorica potrebbe anche essere praticabile), i giovani dovrebbero innanzitutto prendere atto del fatto che abbiamo bisogno di veri soldati, che sappiamo maneggiare vere armi da fuoco (e di morte). Dovrebbero imparare che abbiamo bisogno di uomini e donne che, all’interno dell’osservanza di rigorosissimi principi democratici, siano disposti a sacrificarsi per l’interesse generale, a mettere a rischio la propria vita, solamente perché questo viene loro richiesto. Non illudiamo i giovani che ci siano strade alternative alla Difesa, o vie morbide per prepararsi alla guerra. I fiori nei cannoni non esistono e il mestiere del soldato (quello che veramente «difende la Costituzione e le sue leggi», come impone il giuramento) sarà sempre sporco, brutto e cattivo.

Abbiamo sempre pensato che il problema maggiore di questo Paese sia la mancanza di valori condivisi. Infatti, per il momento siamo ancora il paese del «tengo famiglia», l’unico valore che ci unisce. Per obbligare i nostri giovani a svolgere nuovamente un vero, utile servizio militare è necessario dargli dei valori che essi condividano. Fornirgli una consapevolezza esplicita e non menzognera sul senso dell’uso delle armi, offrire esempi di senso civile e di attaccamento all’interesse comune (Patria) che ora non vediamo, soprattutto nei politici. La naja è funzione del senso del dovere, della comprensione dell’uso appropriato delle armi, dell’attaccamento alla propria Patria, alla Costituzione e alle sue leggi, non un’occupazione temporanea, un corso di aggiornamento dagli esiti vaghi e inadeguati o peggio un mezzuccio per tirare su quattro voti.

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