Teatro Stabile del Veneto, Beltotto: «ecco la mia road map»

Il nuovo presidente e amministratore delegato svela i suoi progetti. «Se non ci riesco, fra un anno esatto me ne vado»

Sei mesi fa aveva guadagnato il centro della scena come interprete della furente reazione dello Stabile del Veneto – del quale era allora il numero 2 – di fronte alla decisione con la quale il Ministero dello spettacolo lo aveva declassato da “teatro nazionale” a “teatro di rilevante interesse culturale” (clicca qui per leggere). Venerdì scorso è diventato primo attore assoluto, nel doppio ruolo (disegnato dallo Statuto) di presidente e amministratore delegato. Nessuno che lo conoscesse almeno un po’ pensava che si sarebbe preso una pausa di riflessione. E infatti non se l’è presa. Giampiero Beltotto, una lunga e multiforme carriera nel mondo dell’informazione/comunicazione (caporedattore Rai a Venezia, portavoce del presidente della Regione Zaia, direttore del marketing e dell’ufficio stampa della Fenice, responsabile delle relazioni esterne della Banca Popolare di Vicenza al momento del tracollo) aveva già chiara la sua road map e si è messo subito al lavoro per concretizzarla: senza giri di parole, lo Stabile deve allargarsi. Spazio viene visto a Treviso, Vicenza, Verona e Rovigo.

Spesso nella sua storia il teatro pubblico regionale ha cercato di ingrandirsi (e talvolta lo ha fatto, salvo dover abbandonare le posizioni, come nel caso di Vicenza dal 1998 al 2008, e di Verona dal 2015 al 2017), però mai le condizioni, sia politiche che economiche, rendevano il progetto a portata di mano come oggi. Da qui partiamo per questa intervista, che è la prima concessa dal nuovo presidente dello Stabile del Veneto dopo la sua nomina e che si è svolta – se così vogliamo dire – per due terzi con l’amministratore delegato e per un terzo con il presidente.

Il Veneto del teatro ha gli occhi puntati su Padova-Venezia e aspetta di vedere non se lo Stabile si muoverà, ma quando e come. Le condizioni politiche favorevoli sono sotto gli occhi di tutti, dopo che le ultime elezioni amministrative hanno riportato capoluoghi come Vicenza, Treviso, e un anno prima Verona nell’ambito della maggioranza in Regione. Ma l’insopprimibile vocazione del “paroni a casa nostra” vale per ogni singolo campanile: non teme una sorta di “guerra civile” nel teatro veneto?
La realtà di questo Paese, il Veneto in questo non è diverso, è che il teatro privato non ha mai avuto vita facile e quello pubblico ha attraversato alterne condizioni, sempre legate alle erogazioni dello Stato, fino ad impaludarsi nella situazione attuale, che definire di vacche magre è poco. Bisogna essere realisti: i contributi pubblici – e parlo anche di quelli regionali o a maggior ragione comunali – non solo non aumenteranno, ma in prospettiva sono destinati a ridursi ancora. La risposta a questa emergenza, e la sua soluzione, consiste nel fare “massa critica”. Mai come in questo caso, grande è bello. Parlo della capacità di attrarre il pubblico: di fronte a un teatro con centinaia di migliaia di spettatori, l’interesse degli sponsor si allarga e si irrobustisce. E raccogliere risorse diventa meno faticoso.

Però ci sono le specificità locali, di cui tutti sono gelosi: storie, tradizioni, campanili, anche esperienze oggettivamente negative come è il caso di Vicenza con il Teatro Olimpico, che dieci anni di Stabile hanno fatto piombare in una crisi dalla quale forse solo ora sta risollevandosi…
A Vicenza, per decenni, la cultura è stata garantita dal sistema bancario. Ora che questo sistema è crollato, la situazione è molto complicata per tutti e lo sa per prima la Fondazione del Teatro Comunale. Bisogna che si facciano venire qualche idea. La mia della “massa critica”, dell’ampliamento della capacità di attrazione di pubblico con le sinergie, non si scontra con le specificità locali. È una proposta di collaborazione nell’interesse di tutti, che non preclude pregiudizialmente nulla. Per me lo Stabile del Veneto dev’essere la casa di tutti, sotto le insegne del decentramento e della collaborazione. Una squadra di bravi operatori, una sintesi programmatica che tenga conto del quadro nella sua completezza, la possibilità di produzioni “spalmate” sul territorio. Ecco la cornice di una rete nella quale ogni punto si vale della massa critica dell’insieme, trasformando in investimenti produttivi i costi che i Comuni sosterranno per diventare soci.

Il più recente tentativo di integrazione, quello con lo Stabile di Verona, è miseramente fallito nel giro di un paio di anni. Ed è certo che il suo fallimento ha comportato la “degradazione” di qualifica che tanto vi ha inquietato. Ora guardate al Teatro Romano e al festival che vi organizza il Comune. Perché d’ora in avanti le cose dovrebbero funzionare? Viene il sospetto che il problema sia strutturale…
Il problema sono gli errori, e noi a Verona ne abbiamo fatto molti. Se vuole potrei elencarglieli.

Elenchi pure…
Abbiamo avuto troppa fretta, non abbiamo capito bene cosa voleva Paolo Valerio (il direttore artistico dello Stabile di Verona; n.d.r;) e neppure quali fossero le caratteristiche della piazza di Verona. È mancata la comprensione delle dinamiche locali…

Un disastro integrale.
So che il presidente dello Stabile veronese, Andrea Bolla, è molto arrabbiato con noi. Lo invito a pranzo, parliamone. Se c’è da chiedere scusa, la chiedo. Non è una richiesta di “embrassons-nous”, ma rispettiamoci.

Lei, insomma, vuole dire ai teatri dei capoluoghi veneti che possono stare tranquilli.
Dico che non ho in mente un patto leonino, che c’è spazio e utilità per tutti.

E come assicura che lo Stabile non farà la parte del leone, visto che è il principale soggetto produttore e l’unico che ha i mezzi per esserlo?
Le produzioni si faranno una piazza per volta, laddove ci sono le esigenze e le tradizioni, compresi il Teatro Romano di Verona e l’Olimpico di Vicenza, nella loro natura festivaliera. Ovviamente il “soggetto produttore” avrà l’insegna dello Stabile, sempre per la logica della “massa critica”, ma come ho già detto i vantaggi saranno di tutti. Ma non propongo un brand unico che snaturi le storie e le tradizioni. Il mio obiettivo è sviluppare le iniziative. Poi, le preannuncio che faremo un accordo con Unioncamere Veneto nell’ambito dei suoi progetti di internazionalizzazione dell’economia. Saremo noi l’immagine culturale di quel progetto: il teatro veneto a servizio dell’impresa veneta che va in giro nel mondo. Prima tappa, quasi sicuramente, Mosca. E tenga presente una cosa: noi e tutti nel Veneto dovrebbero avere un solo esempio virtuoso da seguire, quello della Fenice con i suoi 150 mila spettatori all’anno.

Visto che parla di teatri d’opera, la situazione di Treviso e Rovigo, dove ci sono due “teatri di tradizione” finanziati per quanto poco dallo Stato allo scopo di produrre lirica, è molto diversa da quelli di Vicenza e Verona. Quei contributi vanno conservati e magari aumentati: avete in mente di lanciarvi anche nel melodramma?
Certo che no. Ma nel passato del Veneto c’è stato un esempio di sinergia e di collaborazione molto positivo, in questo campo, quella nata proprio fra Treviso, Padova e Rovigo. La strada da ritrovare è quella, ovviamente in accordo con la Fenice.

La sua strategia avrebbe un impatto anche sul teatro di distribuzione, quanto meno nei capoluoghi, visto che le stagioni di prosa sono giustamente intessute anche di queste proposte. La Regione, però, finanzia già una “agenzia” di distribuzione che si chiama Arteven e realizza un circuito teatrale nelle città. Non si rischia un doppione? Con lo Stabile insediato nei capoluoghi che fine dovrebbe fare, secondo lei, Arteven?
Arteven continuerà a fare quello che oggi fa bene, costruire attrattività per le compagnie in ospitalità, per mantenere la rete connettiva teatrale in tutto il territorio. Non dimentichiamo che di teatri il Veneto è ricchissimo anche fuori dai capoluoghi. Soprattutto fuori.

Fin qui ha parlato l’amministratore delegato. Ma il presidente avrà una sua idea su cosa un teatro come lo Stabile del Veneto dovrebbe fare o non fare dal punto di vista artistico. Ha già dato qualche indirizzo al direttore artistico Massimo Ongaro?
Secondo me in questo momento facciamo un teatro poco inclusivo rispetto ai grandi cambiamenti della nostra epoca. I tre aspetti sui quali punterei maggiormente l’attenzione sono il divertimento – anche per realizzare il mio sogno di un musical veneto –, le espressioni e le produzioni dell’area europea che più è vicina al Veneto, oggi troppo poco frequentata, e la religione, che al teatro ha dato e dà contributi specifici di grande interesse.

Singolare programma: popolare e di nicchia insieme, non senza geopolitica adeguata ai tempi e alle maggioranze, mentre avremmo apprezzato una citazione per il grande repertorio, magari in relazione con l’innovazione teatrale, sul quale si gioca molto del futuro della scena. Ma magari a questo penserà il direttore artistico, sempre che sia confermato…
Se non si ha Strehler in casa, il direttore artistico dev’essere un uomo dalle precise qualità organizzative oltre che ideative. Ongaro è un direttore-organizzatore. E i numeri gli danno da ragione, perché sono in crescita da quando è arrivato, nel 2014. Poi, non deve pensarla esattamente come me: l’importante è che fra noi si faccia sintesi.

La qualifica di “teatro nazionale” è sempre un obiettivo? Il ricorso al Tar del Lazio, presentato per voi dal giurista Mario Bertolissi, è in attesa di sentenza. Valeva davvero la pena farlo, visto che a parte l’orgoglio ferito, i finanziamenti statali sono calati solo di qualche decina di migliaia di euro su oltre un milione e mezzo all’anno?
Me ne infischio delle etichette. Quando Treviso entrerà nello Stabile, saremo “teatro nazionale” di default, per la forza dei numeri. La protesta era e rimane non contro una manovra di palazzo, ma contro la cecità del palazzo.

Quanto tempo si dà, per valutare come e quanto il suo progetto per lo Stabile ha funzionato?
Il 5 ottobre 2019, fra un anno esatto, tirerò le somme. Se non sarà successo nulla, me ne andrò.

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