«Rabbiosi, narcisi, disagiati: questa vita è una Gangbang»

Il poeta padovano Ormelli: «il caos pornografico é la condizione normale di oggi. Non restano che dolore e noia. O dare fuoco alle pire»

E basta con questi letterati, filosofi e poeti laureati (cum lauro), conosciuti e riconosciuti, apprezzati o disprezzati, ma sempre fra i piedi. Largo agli emergenti, agli sconociuti, agli ignoti al volgo profano. Luca Ormelli é esattamente questo: alla sua prima prova di poesie (“Gangbang”, Controluna, 2018), questo 43enne padovano ma arzignanese d’adozione viene da tutt’altro tipo di vita, quella di analista informatico per le banche (argh), al cui interno si cela un’altra vita ancora, quella di filosofo – quanto meno nel senso letterale della parola, amante della sapienza – dentro la quale, ancora, è racchiusa la fatica di vivere che tutti affrontiamo. La sua, di sapienza, é come l’acqua di fuoco che tracanna l’eterno scontento gettato in questa esistenza mediocre, svuotata, virtualizzata, anemica, anonima e traboccante, avrebbe detto Nietzsche, di réssentiment, di invidiosa rabbia pronta a esplodere. Un veneto molto veneto nell’alienazione; ma per nulla veneto nell’inquietudine da homme révolté.

Prima le presentazioni. Presentati al lettore: chi sei, e perché hai scritto questa opera, presumibilmente la prima?
Per mia fortuna o sventura, dopo gli studi in filosofia con Franco Volpi ho ritenuto di abbandonare il campo, tanta e grande era la nausea per quell’ambiente asfittico che sono i dipartimenti di Filosofia. Mi sono ritrovato così frullato (un ringraziamento sentito al fu professor Biagi) nel rutilante mondo dei lavori a progetto, a collaborazione, a tempo determinato negli ambiti più disparati: dal call center all’impiegato di aziende di trasporti. Fino a quando, a 43 anni, ho un impiego stabile come analista informatico per le banche. Ho scritto questa raccolta principalmente per auto-terapia. Ho avuto un decennio alquanto movimentato, se così si può dire, tra un cancro, la disoccupazione e una separazione. Sono testi che risalgono in prevalenza al biennio 2014/2016, quando la mia rabbia e il mio disgusto erano all’apice e non avevo ancora intrapreso percorsi di terapia farmacologica e psico-analitica.

Che significato può avere oggi essere (o fare?) il poeta?
Per lo più chi pubblica poesie fa il “poeta”. Oggigiorno non ha maggior significato che essere operaio o impiegato. È una minoranza eroica quella che ancora legge poesia e di questi superstiti, pochi si discostano dai classici. La conseguenza è che chi arriva alla pubblicazione senza avere appoggi “istituzionali” e/o accademici rimane sepolto nel mare magnum delle autoproduzioni.

Il titolo “Gangbang” avrà certamente un significato metaforico, o metafisico: l’ammucchiata della nostra società. Cosa intendi, più precisamente? Ma soprattutto: posto che ognuno lo vive a modo suo, com’è ridotto lo “stato del sesso” oggi, secondo te?
Hai colto nel segno. “Gangbang” è un vocabolo che chi frequenta i siti pornografici ben conosce. L’equivalente tecno-virtuale dell’orgia o del baccanale. Si tratta di una metafora che sintetizza alla perfezione l’indistinto, il caotico che caratterizza la contemporaneità: un esibizionismo sfacciato, una vanità esasperata e sovraesposta non possono che portare all’anestesia della libido. Quanto meno in Occidente. Il contatto personale si è virtualizzato, si è omologato a qualsiasi altra transazione economica. Non a caso le strade sono invase da puttane e da single quarantenni che preferiscono, alla consueta masturbazione solitaria di fronte al proprio monitor, l’onanismo partecipato con una donna a pagamento. E ci sorprendiamo che gli stranieri figliano: è sufficiente non avere una connessione flat per tornare a scopare.

Scrivi: “nessun Dio da bestemmiare/ Solo questo trascinarsi di giorno/ in giorno, senza più fiato”. Per usare una terminologia nicciana, ti senti più nichilista passivo (variante maledetta, ovvero sei cosciente del nulla che siamo e contempli macerandoti e autocompiacendoti, stile Baudelaire) o attivo (reagisci ed agisci, almeno con la poesia e magari anche con la vita vissuta, per distruggere quel che va distrutto)?
Bella domanda. Oscillo come “un pendolo tra dolore e noia”, giusto per citare un altro gigante. Non ti nascondo che una catarsi collettiva la auspico. Se questo fa di me un nichilista attivo, allora diamo fuoco alle pire.

Di fronte al tramonto non si può che tornare indietro”, ho letto sul tuo conto da qualche parte. Mi fai qualche esempio di ritorno all’indietro?
Quella affermazione muove dal titolo del più celebrato (e meno letto) saggio di Spengler “Il tramonto dell’Occidente”. E di fronte al tramonto – che, piaccia o meno è sotto gli occhi di chiunque voglia vedere – si può scegliere quale sentiero imboccare: quello delle tenebre, dell’oscurità e quindi dell’indistinto o quello del ritorno all’origine. Se la nascita è dolorosa quanto la morte, come alcuni pensatori hanno ipotizzato, lasciatemi nascere ancora e ancora.

Sei padovano ma in realtà arzignanese. Esiste ancora la “provincia” italiana, o almeno veneta, e i suoi umori ti hanno contaminato? O lo sradicamento é ormai compiuto, e si può essere pensare e scrivere più o meno allo stesso modo ovunque, tutti figli del dio minorato della globalizzazione?
Sono e resto padovano nonostante abbia vissuto ad Arzignano e lì tuttora viva mio figlio. Ma la provincia veneta, questa immensa distesa di mezzadri-imprenditori, è un abbraccio soffocante che non risparmia neppure i centri maggiori con il suo bigottismo e la sua ipocrisia liberale. È corretto però quanto sostieni: siamo figli della globalizzazione, almeno della sua punta più benestante e pertanto il disagio e le frustrazioni sono le medesime. Che tu sia Houellebecq e scriva in francese di Parigi o Umberto Fiori (per menzionare un poeta della solitudine italiano poco frequentato) quando descrive Milano. Lo sradicamento è lo stesso. Perché le aspettative sono le stesse. E poiché sono le aspettative che ti tradiscono la nausea che ne consegue non è affatto differente.

Ci sono mattine – dice il passo a mio avviso più bello, più diretto, del libro – in cui ti senti un po’ Raskolnikov e vorresti ammazzare una vecchietta pensionata. Il risentimento che si fa odio é la vera condizione del disagiato del 2018 e oltre? Siamo tutti dei potenziali mostri?
Il risentimento è il leitmotiv della nostra generazione. Ci hanno portato ad uno scontro inter-generazionale con i nostri genitori. Ma di quella torta che era vasta a sufficienza per sfamare tutti non sono rimaste che le briciole. Per questo, concordo con te, siamo criminali “in potenza”: quando ragiono sugli innumerevoli baby-pensionati che si stanno godendo il loro assegno pingue fondato sul sistema retributivo sento l’odio e la rabbia per l’egoismo che ha contaminato il nostro futuro, rendendoci, di fatto, figli abortiti.

Domanda forse retorica: c’è vita culturale su Marte, cioé qui, nel Veneto un po’ decaduto ma sempre produttivista e lavorista?
Sono certo che in Veneto la vita culturale, come in ogni dove, sia presente e ben diffusa. Penso ad un “irregolare” come Vitaliano Trevisan ad esempio. Ma lo sostengo da una prospettiva “lunare”. Mi reputo un marginale, voglio essere un marginale (mi dichiaro un “poeta postumo”) e non sarà di certo una piccola raccolta di versi a cambiare le carte. Ti dirò di più: l’arte, in generale, si afferma soprattutto nei momenti di crisi. Pensa a cosa era l’Impero austro-ungarico alla vigilia della Prima guerra Mondiale. E a quanti artisti hanno espresso il loro meglio proprio durante la Guerra: Kafka, Schiele, Trakl, Musil, Kokoschka. Ecco, se mi devo rappresentare l’Europa dis-unita odierna trovo che le similitudini con quello Stato multi-nazionale siano moltissime: conflitti etnici, crisi economica, istituzioni avvertite come sideralmente lontane. La differenza è che oggi abbiamo Scurati e Catalano.

“Fermati, o incontrerai te stesso”, dice l’indovino Tiresia a Edipo. Dicci la verità: il vero nemico di un artista è il suo ego, di norma ipertrofico e narcisista anche e specialmente nel sentirsi escluso, umiliato, vittima eccetera eccetera? Quanta volgare “commedia” deve far sopportare ai lettori, un poeta, per non dare sui nervi e schienarlo come si fa con chi si superiorizza troppo?
La vanità è sempre in agguato. Ma per questo non è necessario essere o dirsi “poeti”. Chiunque apra un profilo sui social non vuole, da ultimo, che apparire, essere riconosciuto nella sua unicità. Siamo tutti unici e ugualmente insignificanti. Soltanto alcuni di noi hanno trovato le parole per vincere il silenzio. Tutto il resto è vaniloquio. O giornalismo (ride, e rido anch’io, ndr).

(ph: Luca Ormelli)