Venezia, meglio più brutta che morta: libertà agli architetti

Per riportare i giovani nel centro storico le istituzioni devono ridurre i vincoli. E avere più coraggio

Lo scempio architettonico e la confusione scoordinata degli stili sono ormai una deprecabile tradizione veneziana. Dal “Cubo” dell’hotel Santa Chiara a Piazzale Roma, dall’hotel Bauer presso la chiesa di San Moisé alla Cassa di Risparmio passando per il ponte della Costituzione. D’altra parte, cosa aspettarsi da una città che si riconosce nella replica di un campanile fuori scala – quasi fosse una nave da crociera – che altera l’armonia di una delle più famose piazze del mondo? Né ci vuole il Marinetti per notare lo stridente contrasto tra il gotico Palazzo Ducale e quella basilica bassa, cicciottella e piuttosto islamica che nulla condivide con la tradizione europea. La macchia azzurra dell’orologio dei Mori è un’irritante discromia mentre la collocazione casuale e fuori asse di Palazzo Ducale rispetto alla Basilica è un pasticcio urbanistico.

Certo, le procuratie ci offrono un esempio di equilibrio e unità stilistica, ma sono estranee alla tradizione veneziana del susseguirsi di campi, calli e fondamenta. E cosa c’entra poi il neogotico nordico del Mulino Stucky con il Redentore del Palladio relegato alla Giudecca da una Serenissima decadente e conservatrice? Eppure, noi tutti ci riconosciamo in quella piazza e quella riva sgraziate entrate nel vissuto e nella cultura e perciò tanto preziose. Ma non sono molto diverse da altre città famose le cui piazze spesso dimostrano molto più equilibrio e coerenza stilistica. Quello che davvero è unico, e perciò amiamo davvero di Venezia, sono le calli, le rive e i canali, frutto di secolari piccoli progetti al di fuori di qualsiasi grande piano e risparmiati dagli sventramenti perpetrati in quasi tutte le città.

Naturalmente ciascuno ha il diritto di esprimersi sulle nuove opere quale l’hotel Santa Chiara che aveva suscitato tante polemiche al momento della realizzazione. Va notato come questo edificio, così criticato all’esordio, in pochi anni sia stato talmente metabolizzato che non ci si accorge nemmeno che esista, com’era peraltro nelle intenzioni del progettista e forse dell’amministrazione. L’architettura e l’estetica di una città sono un fatto collettivo e vanno giudicate anche con altri criteri. “Jack” Dyckman mi ha insegnato che le città non sono il risultato di piani umani o divini, ma rispecchiano la società che le ha prodotte. L’attenzione va quindi posta sulle procedure con cui si approvano le opere, non solo sui singoli manufatti.

La domanda allora diventa: è corretto che la Sovrintendenza e le amministrazioni impongano al privato limiti sciocchi e conservatori? Oppure sarebbe preferibile che le autorità favoriscano procedure coraggiose per le opere di interesse pubblico e liberino la creatività degli architetti? Il rischio di realizzare un manufatto brutto nel caso del Cubo era circoscritto: molto minore di quello corso nel realizzare il coraggioso Centre Pompidou o la rivoluzionaria piramide del Louvre a Parigi, entrambi criticatissimi all’esordio e diventati poi monumenti celebrativi del radicalismo francese.

L’autorità sceglie l’architetto per fare un ponte (Calatrava, per esempio) e poi gli dà mano libera; oppure sceglie, dopo un concorso aperto, l’opera che giudica migliore sapendo che molti cittadini (e tutti gli altri architetti) avranno idee diverse in proposito e non finiranno di criticare. L’unico limite sarà il non superare quelle dimensioni che da una parte stravolgono l’immagine della città e dall’altra sono talmente impattanti che una volta costruite condizionano totalmente il futuro urbano. Interventi anche vasti e radicali, con il limite di conformarsi alle dimensioni della città e alla scala degli altri edifici vanno incoraggiati.

Oggi per ridare dignità alla porta d’ingresso di Venezia non si può che ripartire dal nuovo Cubo e dal garage comunale trasformando un luogo oggi desolato in un sito ameno. Ma non succederà mai senza una società che esprime coraggio e creatività. Il cubo dell’hotel Santa Chiara – che a me piace per la sua evanescenza – è timido e leggero, quasi invisibile e per questo suscita in me vibrazioni positive. Se si vogliono davvero riportare abitanti giovani e dinamici nella città storica, dobbiamo assumerci il rischio di fare alcune cose brutte e mal realizzate. «Essere coraggiosi significa sapere sopportare qualche ferita».

Venezia oggi dispone di ampi spazi in cui lasciare che si sviluppino idee creative, anche rischiando qualche errore: tra questi l’Arsenale e la Giudecca in modo particolare. Non si tratta della creatività del singolo o dell’archistar di turno che saranno inevitabilmente criticati come nel caso dell’hotel Santa Chiara e del Ponte della Costituzione. Si tratta di favorire il cambiamento nella città consentendo interventi che la facciano uscire dal coma in cui l’ha ridotta la monocultura turistica e proponendo stili di vita che solo a Venezia sono ancora possibili e immaginabili. Non serve dirigismo, non servono grandi piani e tanti soldi, ma un grande pensiero e il coraggio della libertà del lasciar fare. Non si può preservare Venezia come se fosse un animale imbalsamato: gli uccelli imbalsamati non volano.

(ph: Facebook – Hotel Santa Chiara)

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