Contro la piaga sfratti ci vuol altro che un Brugnaro furioso

Emergenza abitativa, un caso Venezia non c’é. Ma la “politica” del sindaco di centrodestra é il simbolo di quel che non si dovrebbe fare

Da Bologna a Roma, da Firenze a Venezia, ci riesplode sotto gli occhi l’emergenza abitativa. La scorsa settimana, complice la giornata nazionale “Sfratti zero” che ha registrato mobilitazioni in decine di Comuni italiani, il tema ha occupato nuovamente uno spazio d’attenzione importante. Le associazioni degli inquilini denunciano i tagli all’edilizia residenziale pubblica, diventata ormai la cenerentola del welfare proprio in un Paese che si trova ad occupare la maglia nera a livello europeo in tema di sfratti. Per morosità ma anche, è il caso di Venezia, legati alla scelta di un numero sempre più alto di proprietari di affidare il proprio immobile alle agenzie, in modo da trarre il maggior profitto possibile sfruttando l’enorme mole di turisti che visitano ogni anno la città.

Pur con diverse variabili l’emergenza è nazionale: sarebbe in questo senso un errore considerare Venezia come un caso straordinario, coprendosi per l’ennesima volta dietro il paravento che comanda il mercato, comandano i turisti, e che dunque non c’è nulla da fare. L’insistere sulla specialità, sull’unicità di Venezia, concentra tutta l’attenzione (speculativa o di contrasto) sul fenomeno turistico, mettendo sullo sfondo il dovere di attuare nuove politiche sociali di sostegno, in grado di arginare il dramma della povertà abitativa.

La casa è sempre più spesso, per troppe persone, l’ultima spiaggia. E’ l’emblema della precarietà della vita, perché senza lavoro non si pagano affitti né mutui. In un batter di ciglia, per tanti, il concetto di casa slitta o può slittare dal campo della sicurezza, della protezione, della familiarità, a quello della paura, dell’ansia, dell’incertezza, dell’esclusione sociale: si passa dal rischio di perdere la casa, alla casa come rischio.

Proprio nell’era del dominio della politica “autarchica”, del “ci pensiamo noi a proteggerci contro il sistema”, del “basta dittatura dell’Europa, delle banche e dei mercati”, si ripetono proclami cantilenanti sul “prima gli italiani”, scatenando la guerra dell’odio ai poveri diavoli. Ma si stenta a trovar traccia di vera protezione sociale. Quella capace di fare da argine, appunto, al mercato. Turistico, economico o abitativo esso sia. Questo, unicamente questo, dovrebbe essere il ruolo sociale della politica.

Pochi giorni fa un manager cui è stato affidato il compito di mettere le mani ad un ente che si occupa di case pubbliche raccontava tutto il proprio sconforto per una situazione gestionale a dir poco disastrata, fuori controllo, con un patrimonio abitativo di cui nessuno sa esattamente, ed in tempo reale, quale sia il quadro dei pagamenti, delle morosità, delle manutenzioni da fare e di quali sono gli inquilini che davvero, e non in base ad un diritto che si trascina di generazione in generazione, hanno ancora i titoli per occupare gli alloggi. Fuori controllo. Come alcuni mostri di edilizia residenziale di Mestre che, a forza di abbandoni da parte delle istituzioni, sono diventati ormai terreno di conquista della criminalità.

Se dopo la crisi petrolifera degli anni ‘70 la politica aveva scelto una formula di controllo del mercato attraverso il blocco degli affitti per far fronte ai rialzi dell’inflazione, alla fine degli anni ‘90 la nuova legge sulle locazioni sancisce in modo definitivo un regime di libero mercato negli affitti. Il cambiamento normativo, implica un cambiamento sociale e introduce la categoria dello sfratto per morosità. Ma anche le istituzioni, parallelamente, mutano il loro ruolo, rifiutandosi di intervenire sui meccanismi di mercato, trovandosi così ad affrontare la povertà abitativa a posteriori. Nel tempo gli strumenti di “policies” si sono dimostrati sempre più inadeguati all’inasprimento delle condizioni degli inquilini. Le risicate quote di alloggi Erp, l’insufficienza del fondo sociale per l’affitto e le detrazioni fiscali non riescono infatti a modificare la diffusione della povertà.

Il fatto che la politica e le istituzioni si trovino ad arrancare o a reagire in modo inutilmente muscolare di fronte al fenomeno degli sfratti, spinge molte persone a cercare reti di sostegno alternative, a rivolgersi a realtà diverse, come quelle delle associazioni e dei movimenti di lotta per la casa. Tanto a Venezia quanto nel resto d’Italia. L’inevitabile conflitto da curve politiche che spesso ne consegue aggiunge inadeguatezza al giganteggiare del problema.

A Venezia il sindaco Brugnaro si accontenta di scagliarsi veemente contro le occupazioni di protesta e di lanciare qualche numero di riscossa residenziale, tanto per raccontare di essere più bravo di chi lo ha preceduto. Ma è evidente che non basta. A Venezia come altrove, in tema di residenzialità come su altri terreni, va ripristinato proprio quel ruolo che Brugnaro punta a smontare. Il ruolo di Comune come attore sociale, come riferimento di protezione sociale. E non di spettatore o, peggio, facilitatore, di dinamiche che distruggono ogni diga protettiva.

(Ph. Asc Venezia Mestre Marghera / Facebook)

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