Quell’orribile leone di San Marco a Trissino nemica di Venezia

Il monumento è fuori luogo in una zona filo-imperiale e che mal sopportava il dominio della Serenissima

Ti avvicini da nord e ne ammiri il possente sedere sulle zampe ben divaricate; sali da sud e ti ipnotizzano due labbroni deformi e ghignanti. Giri intorno all’enorme rotonda dove è deposto e ti accompagna una mesta processione di cipressetti che cercano di nascondere uno straniante basamento in cemento armato, e fuori scala, su cui troneggia un ammasso di plastica resinata che chiamano leone di Trissino e che vorrebbe essere un omaggio imperituro alla Serenissima. Ma se ancora governasse il Consiglio dei Dieci, nessuno di coloro che lo hanno voluto e inaugurato sarebbe a piede libero. A confronto, suo cugino di Castelgomberto è un vero capolavoro: donato anni fa al Comune da Giannino Marzotto, è un leone di S. Marco in vera pietra tenera vicentina, non ha mai preteso di essere il più grande, non tenta di fare il muso feroce, si trova al centro di una rotonda a dimensione umana ed è circondato da ulivi bene auguranti.

Belli o brutti, enormi o piccolini, leoni di S. Marco sono, obiettano i venetisti, ed è giusto, santo e doveroso ricordare che noi siamo fedeli sudditi della saggia e sempre rimpianta Venezia, la Dominante. Peccato che coloro i quali dominarono la Valle dell’Agno fossero i Trissino, cavalieri tedeschi scesi in Italia al seguito dell’imperatore alla fine dell’XI secolo. Abili politici, spregiudicati avventurieri, grandi umanisti, spietati assassini, rimasero in sella per secoli: dai loro castelli e dalle loro ville sparse nella valle videro arrivare e scomparire la “custodia” padovana, l’occupazione veronese dei Cangrande e quella milanese dei Visconti. I Trissino si adattarono anche al dominio di Venezia ma rimasero sempre filo imperiali (come quasi tutti i nobili vicentini, del resto). E se il leonaccio fosse nient’altro che una loro raffinatissima vendetta postuma?

(ph: Facebook – Giorgio Spiller)

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