Veneto ex locomotiva d’Italia: lavoratori troppo precari

Nonostante resti una delle regioni più ricche d’Italia, si fa battere anche dall’Emilia-Romagna. Pochi investimenti in ricerca. E il vecchio, eterno sfruttamento

Il Veneto non è più la locomotiva d’Italia. La crisi economica del 2008 ha tracciato un tornante storico nell’economia del nostro territorio: da allora, il Veneto ha perso di competitività rispetto al resto d’Italia. Nel 2017, per capirci, il prodotto interno lordo della nostra regione è cresciuto sostanzialmente allo stesso livello del resto dello stivale (1,6% contro 1,5%), e le previsioni per il 2018 non sono più promettenti. Il primato veneto è ormai ampiamente superato da quello lombardo e – vera novità – dall’Emilia-Romagna, la nuova locomotiva del paese. Questo nonostante il Veneto si confermi una delle regioni più ricche del Paese: il pil pro-capite (indicatore dell’effettiva ricchezza di una società) rimane il 14% più alto della media nazionale.

Come si spiega questa apparente contraddizione fra alto grado di ricchezza e bassa crescita? Una risposta può venire individuata nella strategia impiegata dall’imprenditoria veneta di fronte alla crisi economica. Il modello, per semplificare, si è basato sulla scelta di competere nel mercato globale non investendo in innovazione e ricerca, ma precarizzando il lavoro. I dati a riguardo sono impietosi. I contratti a termine nel 2017 erano circa 140 mila (+22% rispetto all’anno precedente), i contratti di lavoro somministrato 58 mila (+26%), e le attivazioni in apprendistato 13 mila (+28%).

Dati chiarissimi, anche se mai citati nelle fastose assemblee delle Confindustrie venete. Così come mai si parla dell’altro fondamentale aspetto di questa mancata crescita della nostra economia: la mancanza di investimenti in ricerca e sviluppo. In questo settore, il Veneto si classifica fra le regioni italiane solo in quinta posizione dietro Lombardia, Lazio, Piemonte ed Emilia-Romagna. La nostra regione investe in ricerca solo l’1,1% del suo prodotto interno lordo, contro una media nazionale del 1,4% (il Piemonte, per capirci, investe il 2,2%, poco più della media europea). Questo nonostante non serva certo avere una laurea in economia per capire che l’unico modo per competere in un mercato globale è essere tecnologicamente all’avanguardia.

Insomma, il Veneto post-crisi è affossato dall’effetto combinato della precarizzazione e della mancanza di investimenti. Due aspetti su cui l’imprenditoria veneta dovrebbe interrogarsi molto a fondo. E su cui la politica regionale (forse più interessata alla valorizzazione della “lingua veneta”) dovrebbe chiedere conto agli imprenditori. Nel mercato globale non si può competere sfruttando i lavoratori: si può competere solo investendo in ricerca e sullo sviluppo. Insomma, il contrario di quello che stanno facendo i nostri imprenditori.

Fonti: Rapporto Statistico 2018 (regione Veneto); Cgil Veneto; dati Istat rielaborati da La Repubblica-Affari&Finanza

(ph. Shutterstock)

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