Oblio sul prof Villa, o la vicentinità peggiore

La mostra “Il trionfo del colore” porta la sua firma. Ma l’ex direttore dei Musei Civici di Palazzo Chiericati sembra vittima di damnatio memoriae

Nell’antico diritto romano esisteva una brutale norma che, in quanto legge, possedeva una propria pur bieca dignità. Nota come damnatio memoriae era la pena comminata ai responsabili della peggior colpa, in quei tempi che si ritenevano austeri, l’alto tradimento o la lesa maestà nei confronti di chi in sommo grado rappresentava la patria. La damnatio consisteva nella cancellazione del nome del traditore da qualsiasi ambito ove lo si sarebbe potuto ricordare o citare, sia pubblico che privato, giungendo persino al divieto di attribuirlo ad un nuovo nato all’interno della “gens” della quale il colpevole faceva parte. La pena, infame quanto infamante, ha ovviamente perso nei millenni lo smalto legale. Ciò che non si è perso è invece il libero esercizio della damnatio, cui ci dedichiamo molto spesso e con grande zelo non soltanto a livello personale, ma là dove si spera che l’oblio dell’altro sia più efficace e vantaggioso per chi lo esige, cioè nei settori di pubblica evidenza.

Vicenza non è immune dal tristo giochino. Molti di noi ne conoscono una vittima innocente, Renato Cevese, vicentino di chiara stirpe berica, condannato al silenzio perché amava la sua Vicenza come pochi altri e cercava di combattere i soprusi di un certo potere che ne stava danneggiando il fascino. Venendo all’oggi, il nome da cancellare è quello di Giovanni Carlo Federico Villa, reo egli pure, da non vicentino, d’aver amato Vicenza. Come scrive Giuliano Menato in una sdegnata lettera al Giornale di Vicenza, il professore si è adoperato con passione in iniziative che hanno illustrato questa città: felicissima tra le ultime la mostra “Il trionfo del colore”, al Museo Puškin di Mosca, ricca di opere provenienti anche dalla pinacoteca di Palazzo Chiericati, curata dal professor Villa con la storica russa Victoria Markova. Va ribadito per correttezza che la cura e l’allestimento della mostra a Mosca portano la firma di Giovanni Villa: purtroppo attribuirne il merito ad altri, pur degnissimi, come è stato fatto, non è che un poco encomiabile svarione, anche se compiuto dal nostro primo cittadino.

Ma è d’obbligo non nominare lo studioso, mai più e in nessuna occasione, malgrado il rischio incombente di qualche figuraccia. Ci sono però numerosi convitati di pietra, in questa brutta messa in scena. Villa ha frequentato per un ventennio Vicenza, impegnato a vario titolo presso un’istituzione insigne, il Museo di Palazzo Chiericati. E’ pensabile che non sia passato al modo di un ectoplasma tra i vicentini che contano e che invece abbia più volte incontrato oltre alle autorità con cui confrontarsi per indirizzar loro le proprie proposte, anche altre personalità, le quali certamente hanno avuto modo di conoscerlo come storico dell’arte di cultura, competenza ed esperienza sicure e affidabili. Dove sono costoro che l’hanno ascoltato, stimato e persino applaudito e che oggi non spendono una parola a suo sostegno, permettendo che lo si pretenda subito dimenticato, quando non gratuitamente sbeffeggiato? Una volta ancora si affaccia in proscenio l’anima delle cose di casa nostra, la vicentinità. Finché questo infido morbo serpeggerà lungo le belle strade palladiane, -sì, il Palladio si può ricordare-, non ci riscatteremo dalla poca coscienza che ci rende muti. Dove eravamo quando il professor Villa lavorava per il nostro patrimonio artistico? Non so, non ricordo.

(ph: comune.vicenza.it)

Tags: , , ,

Leggi anche questo