4 Novembre, onore al sacrificio. Ma non alla violenza della modernità

L’«inutile strage» dimostrò che il progresso non è finalizzato al bene dell’umanità. Ma quei giovani furono l’Italia migliore

In punta di piedi, quasi in silenzio, senza retorica ma con forza, grande forza. Così vogliamo ricordare i 100 anni dalla fine del Primo Conflitto Mondiale. La prima e la più grande carneficina organizzata dell’Occidente. Gli anni che cambiarono il corso della storia italiana e mondiale. Un’immane tragedia per distruggere stati antichi e crearne di nuovissimi. Milioni di morti che sconvolsero la nostra visione del mondo, del progresso, dello sviluppo, dello Stato, della convivenza e della politica. Un fossato che non avremmo mai più colmato tra noi e il prima. Una rivoluzione tragica che ancor oggi fatichiamo a comprendere. Obbligati – a incominciare da noi Veneti – a uscire dal torpore e dal sopore ottocentesco, ottimistico e semplicistico, da una tragedia non ancora metabolizzata.

Tutto questo e molto altro probabilmente si concentra oggi, a cento anni da quel fatidico 4 novembre (per noi italiani), che vogliamo e dobbiamo ricordare in grato silenzio, in meditazione riconoscente di fronte ai milioni di giovani e meno giovani, che diedero la loro vita – ora lo sappiamo – nell’irrazionale speranza di un futuro migliore per tutti. Noi saremo i loro figli indegni, per sempre.

Quanto il mondo di oggi, con tutte le sue apparenti modernità, sia in realtà il discendente diretto di quei giorni è difficile da comprendere. Scomodo, probabilmente. Ma è così. Tutto cambiò. Credevamo di essere grandi e perdemmo la nostra ingenuità, anzi la nostra virtù. L’esperienza della Prima Guerra Mondiale frantumò la convinzione che la crescita economica, il progresso tecnologico e industriale fosse amico dell’umanità, concepito e perseguito per esclusive finalità filantropiche. Altro che Tramonto dell’Occidente, molto di più: la fine dell’idea che il progresso fosse finalizzato al bene dell’umanità.

La guerra fu vinta sul sangue e la carne degli uomini, ma grazie alla potenza delle industrie, nelle «tempeste d’acciaio». Per la prima volta nella storia, in modo così totale e privo di regole, la forza economica fu utilizzata non per farci vivere meglio, ma per uccidere il prossimo. La conoscenza, la tecnologia, il lavoro vennero indirizzati al fine di annientare i propri avversari, milioni di uomini educati, disciplinati nell’adempimento del dovere di uccidere, senza limiti e prescindendo dai motivi. Intere nazioni schierate una contro l’altra, con l’unico scopo di distruggere, uccidere, prevalere a ogni costo. E poi la violenza santificata in guerra, sublimata a mezzo quotidiano dell’azione politica, economica e sociale. La fine dello Stato, delle Leggi, di ogni etica, di ogni valore, della legittimità di ogni principio su cui fondare la convivenza, tutto azzerato da una guerra senza vincitori.

Infine, la nascita delle grandi dittature, della Shoah, delle guerre civili, frutti del tutto naturali dell’odio, della capacità di distruggere elevata a virtù civile, veleni di morte contro ogni valore morale, iniettati deliberamente per il trionfo fittizio di valori e interessi, che contemporaneamente finivamo per negare. Una guerra in due tempi. Questa è la nostra modernità. E non c’è da andarne fieri.

Che fare oggi, che non suoni falso, escusatorio o peggio assurdo? Non ci resta che inchinarci di fronte ai milioni di soldati, morti, feriti e mutilati nell’«inutile strage». Ultimi difensori di un mondo che stava finendo. Innocenti portatori di valori morali e civili che noi abbiamo distrutto. Loro sì, strenui oppositori di quella violenza che furono chiamati a subire ancor prima che a praticare, «strumenti ciechi d’occhiuta rapina, che loro non tocca e forse non sanno». Sognatori di un mondo che non esiste più. Artefici di quel poco di bene che ci è rimasto.

Noi eredi indegni, superficiali e pervicaci nell’errore, incapaci e riluttanti davanti alle lezioni della storia, al loro sacrificio. Dall’alto della nostra ipocrisia, della nostra incapacità di ripristinare comuni valori morali di convivenza, di riportare la ricerca del benessere nell’alveo dell’interesse collettivo, non possiamo che chinare il capo – in silenzio – di fronte al sacrificio di quegli uomini e di quelle donne. E da lì ripartire.

(In foto il cimitero memoriale della Grande Guerra di Redipuglia, Gorizia. Ph: Roberta Patat – Shutterstock)

Tags: , ,

Leggi anche questo