Liberi Pensatori: «provincialismo ipocrita, dura fare cultura a Vicenza»

Non è un paese per vecchi” recitava il titolo di un celebre film dei fratelli Coen del 2007. L’antifona in Italia è evoluta nell’inflazionato “non è un paese per giovani“, che scimmiotta la fuga dei ragazzi all’estero come una forma di loro incapacità di coesistere con il contingente deteriorato. In queste righe vorrei contribuire a coniare invece un nuovo e lapidario incipit: non è un paese, punto.

L’associazioneLiberi Pensatori” della quale sono presidente, a maggio di quest’anno ha cominciato ad organizzare a spese intellettive ed economiche proprie un festival tenutosi a Vicenza dal 12 al 26 di ottobre, con l’intento di consorziare chi fa arte e cultura in città. L’impresa è stata animata dalla convinzione di concretizzare gli innumerevoli tentativi, per altro sempre vani, di creare rete tra gli attori culturali civici per istituire un periodo motivante di scambio e vitalità culturale. Si era cominciato, anche in questo ambito, con una mappa. Sempre mappe. Moltissime mappe. Vicenza ha una produzione di cartaceo turistico/divulgativo sterminata.

E anche noi circa un anno fa abbiamo sostanzialmente iniziato da lì. Abbiamo consorziato, in base a un filone logico di pensiero, le attività commerciali del centro e costituito sette diversi itinerari. Gratis per tutti giustamente, perché nel mondo nemmeno l’aria che respiri è gratis, ma gli eventi culturali civici devono esserlo per forza, anche quelli come appunto delle mappe, che hanno dei costi vivi da sostenere. Secondo l’opinione pubblica gli operatori culturali dovrebbero essere per forza dei francescani che abbandonano le vesti per promuovere la bellezza, salvatrice del mondo nostro malgrado solo nei romanzi. Questi giorni di festival mi hanno fatto riflettere a lungo e delle consapevolezze inedite mi sono arrivate come uno schiaffo in faccia. Cinque dita che mi hanno urlato: “ti vuoi svegliare?”. Cinque dita che sono cinque problemi progressivamente palesati in questi mesi e settimane e che ora, a bocce ferme, ho il piacere di condividere qui.

Primo dito che percuote, da buon presidente obbligato a fare i conti della serva: l’arte e la cultura non si fanno per volontariato. Senza dare un valore necessariamente etico a questa affermazione è con la praticità delle cose che ci si deve scontrare: vuoi avere qualcuno di bravo? Lo devi pagare. Qualcuno di bravo viene gratis nella speranza di aiutarti e farsi pubblicità, ma tu non hai avuto abbastanza soldi per portare persone investendo in pubblicità? Non verrà più e l’oblio è dietro l’angolo.

Fare cultura oggi si misura con il secondo elemento fondamentale che è legato alla trasmissione di un contenuto. Chi pretende di fare cultura non può organizzare una presentazione di quattro quadri, fare un rinfresco in cui gli ospiti parlano tra di loro della puntata del “Grande fratello” e poi aspettare le giornate in galleria nella speranza che un fantomatico “imprenditore illuminato” entri a comprare una crosta. Avere “gente” in galleria non significa fare cultura. Presiedere un’istituzione culturale non significa essere del settore. Vendere quadri non significa fare cultura. Dipingere non significa essere un artista. Organizzare presentazioni di arredamenti per interni non è fare divulgazione. Credendo questo si corre il rischio di banalizzare tutto, suscitando infine l’effetto contrario: l’allontanamento. Forse è tornato il momento di dire che certe cose non vanno bene. Che certe cose non sono arte; non sono estetiche e quindi banalmente non hanno nessuna nobile origine.

Terzo dito: l’ipocrisia. La nostra è una città che non dovrebbe più organizzare festival dell’arte, del cortometraggio, dell’impresa e tanto altro. Tempo sprecato: dovrebbe organizzare il campionato mondiale dell’ipocrisia. Anche qui, evitiamo le banalità dei “basabanchi” e tutte quelle cose lì da “serie z”. Il problema è più serio e radicato. In città mancano riferimenti culturali. I vicentini faticano ad individuare un luogo o una persona che “quando sai che organizza un evento, ne vale sempre la pena andare”: ricordo che Vicenza era la città dei teatri del Veneto e una volta venuti meno con i bombardamenti ci sono voluti sessant’anni per farne risorgere uno. L’ipocrisia civica ritiene che, dal momento che Vicenza è una città di provincia, vada bene avere un atteggiamento rinunciatario perché alla fine, a meno che non radano al suolo la Basilica o Monte Berico, il resto può comunque andare bene. Un atteggiamento di assoluta mancanza di spirito civico contrapposto invece a un grande senso della proprietà: quasi aristocratico, tipico di un retaggio fondiario.

Ed ecco che le innumerevoli iniziative culturali, sociali, economiche non possono sfondare perché ogni associazione guarda al suo orticello: “mors tua vita mea”. Ogni attore culturale cittadino non dialoga con l’altro perché una persona in meno da te, è una persona in più da me, e cosi via. La follia è rappresentata dal fatto che un ragionamento del genere può essere fatto in una città come New York, non a Vicenza dove gli interessati sinceri sono davvero pochi e il pubblico in genere si muove per “pancia” o “parentela”. “Be_art festival” vuole chiaramente evitare, consorziando gli operatori culturali, la polverizzazione delle iniziative che potrebbe sembrare poco ma in realtà è moltissimo. Nonostante l’idea di unificazione sia corretta ma soprattutto attuale: siamo sicuri che sia la cosa che gli operatori vogliono?

E qui arriva il quarto dito: la città è pronta ad uscire da una dimensione campanilista o, invece, la crisi identitaria ha portato a una sua fortificazione? Le persone sono capaci di valutare nel merito l’operato delle associazioni o si guarda a queste sempre in maniera necessariamente partitica? In questo senso grande responsabilità ricade sicuramente in capo a mezzi d’informazione che invece di privilegiare una cronaca salutare alimentano la polemica. E anche qui la domanda: e se assecondare la polemica fosse in fin dei conti l’estremo appagamento di una cittadinanza ipocrita che proprio come in passato bisbiglia da un banco all’altro in chiesa per non farsi beccare?

La dimostrazione è sotto gli occhi di tutti. Nessun articolo sulle iniziative singole, ma grande spazio alle polemiche fatte sulla pelle del malcapitato di turno. Quinto dito, l’indice, in uno schiaffo il più doloroso. Nella vita è utilizzato per indicare, redarguire e infine per comandare. Ecco appunto, comandare. A Vicenza è difficile comandare. È quasi impossibile prendere delle decisioni rapide e senza contraddittorio. Tutto deve essere blando, soffuso e molto, molto debole. Solo cosi si può emergere, veleggiando nelle pieghe di una società scarica e provinciale incapace di valutare il risultato finale e assolutamente invischiata nel formalismo.

Potremmo dire in maniera molto serena che la nostra cittadinanza rispecchia il postmodernismo di Bauman: non leader, ma esempi. Non uomini e donne forti da seguire, ma banali esempi da copiare. Copiare per esserci. Ed eccoci al punto focale delle criticità che ho voluto evidenziare; il nodo di tutto un sistema da rivoltare come un calzino. Martin Heidegger diceva che l’uomo ha il desiderio di essere nel mondo, sostanzialmente di “esserci”. Il problema è che oggi questo “esserci” è venuto meno e le persone cercano la propria dimensione: nella società civile? Nelle scuole? Nella famiglia? No. Nelle associazioni. Le associazioni in pochi anni sono diventate la patria di chi confonde la partecipazione civica e l’impegno con le sedute degli alcolisti anonimi, il no profit con i “voemose ben” e i figli dei fiori. Per far parte di un’ associazione non serve andare d’accordo, basta condividere una visione e un modo in cui realizzarla. Il resto sono solo elementi in più: merito e sensibilità. Sono altri i luoghi dove cercare o trovare stabilità, comfort e amicizia.

“Liberi Pensatori” può fare tanto; sicuramente non può e non deve cambiare un paese. Mi ricollego quindi all’incipit di apertura. Le associazioni fanno tantissimo, non solo in ambito culturale, ma sociale, sanitario, e altro ancora, ma se il problema è il paese, allora la soluzione deve essere trovata altrove. Se vogliamo che arte e cultura diventino metro della riqualificazione di un’Italia distrutta, non basta venire ai vernissage e bersi un bicchierino: bisogna rimboccarsi le maniche. Se non si opera questo sforzo comunitario ogni progetto associativo diventa banalmente un grosso macigno che si tiene in equilibrio tra la sponda della politica da una parte e quella dell’impresa dall’altra. Una fatica che sembra più un aneddoto di Cervantes che una storia di successi di civiltà.

Francesco Poli

Presidente Liberi Pensatori Vicenza