Peruffo e il Veneto antagonista: «Zarathustra si è fermato alle Alte di Montecchio»

L’attivista culturale in prima linea sul fronte No Pfas racconta il lato “contro” della terra degli «spannoveneti» Zaia&C

E’ dal letame (dello sfruttamento del territorio, dell’inquinamento da Pfas, delle ideologie più o meno false) che nascono i fior: la contestazione culturale, l’indignazione civile, l’antagonismo politico. A Montecchio Maggiore in provincia di Vicenza si agita – nel senso nobile del termine – un personaggio irregolare, sicuramente scomodo, a volte eccessivo nell’ego ma mai paraguru: Alberto Peruffo. Multiforme ingegno (regista, libraio, editore con la Antersass, alpinista, attivista con la Casa di Cultura Cibernetica e lo U4V Unesco for Vicenza, artista multimediale), con lui si può discorrere con passione dei mali che affliggono questa terra così martoriata e quietista, il Veneto a cui ha dedicato e dedica tanto impegno personale, dal blocco del Giro della Padania 2011, al comitato contro la Pedemontana al movimento No Tav al coordinamento del primo Gruppo Mamme e Genitori No Pfas, fino a ideare la prima Giornata Nazionale contro i Crimini Ambientali.

Di recente Peruffo é stato messo sotto indagine per manifestazione non autorizzata davanti alla Miteni, l’azienda di Trissino al centro del disastro ecologico dei veleni Pfas. Lui, pur col diavolo in corpo, non si scompone: «é un atto intimidatorio contro il movimento, con me sono stati denunciati anche i leader dei centri sociali di Vicenza e Padova. Ci accusano, esattamente, di avere parlato ad alta voce. Un’accusa di fatto, ma pure di metafora: di fatto, ho parlato e difeso le ragioni dei manifestanti; di metafora, per avere alzato troppo la voce e avere scoperchiato il pentolone Pfas con dentro l’enorme patata bollente, oggi ingestibile per la Regione Veneto». Solo nell’ultimo mese, l’instancabile Peruffo ha scritto al ministero della Giustizia, ha manifestato contro le devastazioni ambientali all’inaugurazione del discutibile Leone di San Marco in vetroresina a Trissino, ha aperto un portale di informazioni (PFAS.land).

«Il Veneto è una regione come tante altre e per essere degni abitanti di una regione, dirsi veneti nella sostanza», dice spiegando cosa vuol dire, secondo lui, essere veneti, «bisogna abitarla, conoscerla, studiarla, attraversarla a piedi, fisicamente, oltre il giardino o il capannone di casa propria». A coloro, leghisti e indipendentisti, che parlano di veneti antichi o della Repubblica di Venezia, l’«anarco-costruttivista» ricorda che «la Serenissima è stata sì grande per certi aspetti, ma per buona parte della sua storia è stata pure un’oligarchia che intrallazzava con le ricchezze immonde del Papato e dove la res pubblica era cosa comune solo per i signorotti mentre la povera gente marciva nelle campagne. Come accade oggi, nelle periferie del potere. Con una differenza: negli ultimi anni, grazie al simbolico trio Galan-Variati-Zaia e agli imbonitori culturali scivolosi alla Bulgarini-Goldin, sono emersi dei nuovi veneti, come significato. Non i migranti, bensì gli spannoveneti, i veneti a spanne, l’Homo Padanus di Rumiz: giocano con il bene comune della gente facendo conti e affari a spanne. I risultati qui da noi sono spaventosi».

Il j’accuse sul dramma dei Pfas é totale, netto, senza appello: «la Miteni ha le sue colpe, ma le responsabilità amministrative e del comparto produttivo industriale sono enormi. Se un giorno qualcuno dei vostri amici o cari muore, non dovete andare in chiesa a chiedere intercessione e perdono, ma dovete andare a suonare alle porte di quei nomi e dirgli in faccia quello che sono: dei venduti al soldo del profitto. Degli amministratori incapaci. Dei servi. Dei burattini». Il futuro? Fosco, ma non rassegnato: «Montecchio è un paese senza speranza. Ti ricordi Cristo si è fermato a Eboli? Lasciando stare Cristo, usurato e morto, direi Zarathustra si è fermato alle Alte, al casello, ha annusato l’aria di Leoni ed è tornato indietro. Non mi aspetto niente. Qui, nel Veneto profondo, che vive di superficie. Il distacco tra politica e geografia è enorme oggi più che mai, a causa dell’incapacità di controllare la gigantesca potenza della tecnologia e le illusioni che la modernità offre se governata da ciarlatani. A questo si aggiunge l’ignoranza sulla storia e sulle memorie, del Veneto stesso. Il problema diventano quindi le identità peregrine inventate per rimbecillire la gente e controllarla, dominarla. Non si tratta più di appartenenza, ma di servitù fatta passare per antica discendenza. Per questo lavoro sul piano culturale: affinché la gente scelga persone migliori».

Scendendo su quello politico, l’analisi é, consequenzialmente, impietosa: «il sindaco di Vicenza, Rucco? Non lo conosco. Dal quel che si dice, è, per consonanza, un “rigurgito” moderato della peggiore destra. Bisogna dire che parte avvantaggiato: è difficile fare peggio di Variati e Hullweck. Ma la destra resta la destra, un baluardo per i ricchi e un’illusione identitaria per la povera gente. Al suo posto non vedo nessuno capace, in città, tra la sinistra. La sinistra di opposizione è morta con l’avvento del Pd di epoca renziana». Ma qualche luminosa eccezione c’é: «se potessi candidare un signore amministratore, ma che ha già dimostrato spessore amministrativo, proporrei il sindaco Marco Guzzonato di Marano. Credo uno dei migliori Comuni del Veneto per apertura mentale e conoscenza dei territori, anni luce dallo spannografismo di Zaia&C». Ma hanno ancora senso gli schemi otto-novecenteschi di destra e sinistra? Peruffo si dice posizionato «sicuramente all’estrema sinistra, quella che difende i più deboli. Sono interessato alla res-comune, che non è solo il bene comune, ma anche il male comune, il nostro limite. Che il comunismo non vedeva». Spingendosi oltre, come ormai pochissimi osano fare per paura di essere tacciati di utopismo velleitario e ingenuo, Peruffo traccia la sua visione: «parcellizzare e confederare i centri di potere, gli Stati. Farli diventare res-comuni e meno res-pubbliche. Far sparire le banche come istituti di debito e le chiese come istituti di perdono e di dominio sulla povera gente. Farli diventare luoghi di carità. Abbandonare le grandi città. Ossia volersi bene, non male come Salvini insegna».

Già, il male. La violenza. «La mia scelta radicale resta la non violenza», scandisce Peruffo, «che non significa rinunciare alla forza. “Dove si impiega la violenza, l’autorità ha fallito”, diceva Hannah Arendt. Sul concetto di autorità – percorso di coerenza di un autore – ho lavorato molto con Luisa Muraro (pensatrice femminista, ndr): è fondante per poter esprimere una forza non prevaricatrice. A 18 anni feci l’obiezione totale al sistema militare armato, con carcere, proprio dicendo che la mia arma era, e resta la parola». Che tuttavia lui non ha mai usato per scrivere un libro. Strano. «Avrei in mente, dopo tanti anni, di raccogliere alcune delle tante scritture operative e qualcuna di teorica, e di allegare al tutto un saggio di legame. Come fosse un salame ben saporito, ma indigesto. Ma dovrei trovare un editore coraggioso che non badi alle conseguenze di quello che scrivo».

(ph: Alberto Peruffo)

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