Le memorie del cronista Montenero, tra Trieste e la Vicenza che fu

Il libro dell’autore friulano: un autoritratto autoironico che vibra di passione politica

Intrepido novantenne, il triestino Giulio Montenero (in foto), ha scritto un libro di memorie, “Parlandone da amico. Trieste, Vicenza: quasi un secolo di vita nella lettera a un amico” (Lint, Trieste, 2017), in cui si parla molto di Vicenza. Le sue memorie, di piacevolissima lettura, hanno la forma di una lunga lettera scritta a un amico scomparso da tempo, Fernando Bandini, il poeta vicentino (1931-2013) di cui sono state appena riedite le poesie da Mondadori in un grosso volume a cura di Rodolfo Zucco (Tutte le poesie, 2017). Ma chi è Giulio Montenero?

Montenero è stato per lunghi anni direttore del Museo Revoltella di Trieste e suo rinnovatore a fianco del grande architetto veneziano Carlo Scarpa (il lettore trova nel libro anche la storia tormentata di questa impresa, con le sue luci e le sue ombre), animatore della pittura e della vita culturale triestina del secondo Novecento e oltre, poligrafo. Ma la sua carriera era cominciata a Vicenza, come maestro elementare e come giornalista. Nell’immediato Dopoguerra, ancora ragazzo, diplomato al Liceo Classico e anche a quello Scientifico nella sua città, timoroso di restare disoccupato nella città che languiva, si munisce della licenza magistrale. Vince il concorso per l’insegnamento elementare e sceglie come prima sede Vicenza. A spingerlo alla scelta della città, racconta, è la vista di una fotografia del magnifico proscenio del Teatro Olimpico. Avrà la sorpresa di scoprire che tutto il centro della città assomiglia a quella fotografia. Ne resta incantato. Ma del tutto diversa è la periferia circostante, con le sue strade sparute, in certi casi poco più che sentieri, e le modestissime strutture scolastiche, così diverse da quelle che l’Austria aveva lasciato nella sua Trieste. Per dieci anni sarà maestro all’Anconetta e in altre sedi periferiche. Finché non tornerà a Trieste, vincitore di concorso per la direzione del Museo. Ma a Vicenza per il giovane Montenero non c’è solo la scuola. Entra al “Giornale di Vicenza” e diventa capocronista. La cronaca lo appassiona, ma estende la sua attività al giornalismo di denuncia, allora ai suoi albori. Indaga aspetti sociali e politici della città, e trova di più di quello che ci si sarebbe potuti aspettare. Scandali, abusi. Montenero stana i forti interessi confindustriali nella vita della città e nella stessa informazione, interessi che si riflettono nella linea politica del giornale per cui lavora. Astuto, riesce a sfuggire alle ritorsioni che attendono spesso chi si avventura in questo campo minato.

Questa parte dell’autobiografia di Montenero è anche uno spaccato della storia del giornalismo vicentino, direzione dopo direzione, con nomi e cognomi dei vari colleghi giornalisti. Poco prima che Montenero lasci la città e il giornalismo e torni a Trieste, la proprietà del “Giornale di Vicenza” passa a “l’Arena” di Verona. Questa trasformazione comporta la perdita dell’indipendenza della testata, dono prezioso, che non sempre, pensa Montenero, era stato messo a buon frutto come avrebbe meritato. Nelle sue memorie, Montenero mostra quanto Vicenza fosse differente dalla sua Trieste. Ma non inferiore, anzi. Vicenza aveva ancora, scrive, un’aristocrazia che nella sua città, in cui la classe dominante era di origine commerciale, non c’era. E questa aristocrazia, i Breganze, i Valmarana, i Roi, erano un’aristocrazia colta, dal grande passato ma anche spesso altrettanto aperti al futuro. C’erano poi i giovani socialisti e comunisti locali, di cui Montenero era naturalmente amico, pieni di idee nuove e di progetti per la società e la città, ma costretti, dopo alcuni successi iniziali nel primo Dopoguerra, a un ruolo del tutto marginale dall’estendersi dell’egemonia clericale. Tra questi giovani c’è Fernando Bandini, il “caro Nando”, a cui, come abbiamo ricordato, è rivolto, dopo tanti anni, il libro delle sue memorie. Montenero rievoca le lunghe conversazioni con lui, fresche e vive come se fossero avvenute ieri. Pagina per pagina, davanti agli occhi del lettore, si costruisce anche l’autoritratto autoironico dell’autore, personalità ora introversa ora esuberante, esigente verso se stesso prima che verso gli altri, incline alle crisi di coscienza, ma riversata tutta nel fare: nello scrivere da polemista, da giornalista, e da critico e storico d’arte.

Le memorie di Montenero vibrano di una passione politica che l’ha animato per tutta la vita, anche se sembra di capire che, buon nicodemita, l’ha tenuta in certi tempi ben nascosta. Ma che cos’è, in politica, Montenero? Si dichiara cattolico, e traccia a un certo punto del libro un ritratto in positivo di Papa Benedetto XVI. Ma politicamente ha sempre condannato nella Democrazia Cristiana la copertura di interessi privati. Per la sua stessa origine multietnica (il suo cognome, Montenero, è la traduzione dello sloveno Černigoj) deplora gli odi etnici e le loro terribili conseguenze. Rievoca e condanna più di una volta gli scontri che hanno dilaniato Trieste, e ancora, ogni tanto, come abbiamo appena visto, si riaccendono. Eppure, percorrendo la sua città, declina con venerazione, nelle occasioni opportune, i nomi dei grandi irredentisti (Scipio Slataper, Carlo e Giani Stuparich e gli altri), e onora, ogni volta che lo nomina, il Liceo Dante Alighieri, che ne è stato la fucina. Ma non erano stati nazionalisti? Verrebbe da chiedere al lettore. Montenero vorrebbe che fosse altrettanto onorato l‘irredentismo sloveno. Non ha forse ragione? Catturato dalla verve del narratore, credo che ogni lettore farebbe fatica a interrompere la lettura di un libro così avvincente. Se poi il lettore è vicentino, avrà la sorpresa di trovare, talvolta solo citati ma qualche volta anche ritratti vivacemente, tanti nomi della vicentinità di ieri, diventati poi importanti e noti nel Veneto o a livello nazionale, conosciuti personalmente da Montenero: Giorgio Sala, Francesco Ferrari, Ettore Gallo, Licisco Magagnato, Mario Sabatini, Goffredo Parise, Gianni e Toni Ferrio, Virgilio Scapin, Franco Barillà e molti altri.

Lorenzo Renzi

(Ph. Giulio Montenero / Facebook)

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