Confessioni di un pennivendolo

Puttane e dintorni, come funziona il più antico mestiere del mondo nel giornalismo? A insegnarlo é una categoria di esperti in materia. Che giocano in un altro campo

Capitano cose che non ti aspetti, nella vita. Metti, ad esempio, che qualche giorno fa una voce dal Guatemala, in italiano, attraversi l’oceano e ti dica che sei un pennivendolo e una puttana. Eh sì, faccio il giornalista. Vuoi mai che l’esule Di Battista mi abbia finalmente aperto gli occhi? Che mi aiuti a capire, ignorato e non raccolto lo sconcerto dell’offesa, qual è la mia intima essenza? E siccome la prima regola del nostro mestiere (di giornalisti, non di puttane) è la verifica, è mio dovere sacrosanto verificare anche questa volta. E quale verifica dev’essere più onesta e severa se non quella verso se stessi?

Mi sono calato nei panni del pennivendolo, nei suoi pensieri, nella sua giornata, nei suoi articoli. Si sveglia e strologa, il nostro venduto: a chi devo fare qualche piacere oggi? O meglio: a chi mi conviene fare qualche piacere? La prima risposta è come un fiotto istintivo: ma al mio editore, perdio, quello che mi dà lo stipendio. In mezzo c’è un po’ di ingombrante gerarchia, ma io so bene quel che piace e quel che serve all’editore, non sono mica nato ieri come pennivendolo. E’ tutto chiaro: la linea del giornale, gli amici e i nemici, gli interessi da difendere e quelli da demolire. Accidenti, dove ho messo la lista dei nostri comandamenti interni? Non importa, tanto la so a memoria. Sì, ma non è mica facile, così di mattina presto, trovare qualcosa di adatto.

Ok, il mondo è pieno di spunti, di gente che fa stronzate, ma io devo scegliere bene, non sono una puttana di strada, casomai una escort top class. Mi macero spesso nel dubbio: meglio fare il marchettaro del tutto-bello sempre-bello o l’iconoclasta alzo zero? Faccio il buonista cieco o il fustigatore occhiuto? Non mi soccorre quel vecchio detto veneto, “’na onta e ‘na ponta”. No, macché saggezza popolare, e nemmeno diplomazia intelligente, qui bisogna scegliere: o mi trovo un nemico per avere tanti amici, o esalto un amico per averne ancora di più, i suoi.

Però che stress, tutti ‘sti pensieri prima ancora di toccare la tastiera e riempire di ghirigori lo schermo bianco. Tutto preso da calcoli e bilancino, stavo dimenticandomi la cosa più importante: la notizia. Vabbe’, non è fondamentale, per me la notizia è come un chewing gum, la mastico, la appiattisco, le faccio prendere la forma che voglio, ci faccio perfino le bolle. Si chiama interpretazione, folks. Dice: ci sono documenti incontrovertibili, le famose «carte», di lì non si scappa. Ma basta condirle con una spruzzata di gossip, ne trovi quanto vuoi, e cambia tutto.

Piuttosto c’è un altro problema. Io sono un pennivendolo ma non devo sembrarlo. Sono una puttana che deve apparire illibata. E’ lì che bisogna essere bravi, a cosa serve una lunga e onorata carriera se ti sgamano subito? La classe non è acqua, mica mi fanno scrivere dell’incidente in tangenziale, devo occuparmi del Campidoglio. Se non fossi un pennivendolo affidabile, allora sì starei qui a scrivere brevi di nera. Però, lasciatemelo dire, non è finita qui, è più dura. Devo calcolare anche che ci sono i pennivendoli di parte avversa, i colleghi venduti alla controparte. Il mercato non perdona, e noi anime un tanto al chilo siamo come ogni mattina i titoli in Borsa: chi ci compra, chi ci vende, vai a sapere chi paga chi. E’ una lotta senza esclusione di colpi giornalistici, bisogna prefigurarsi cosa farà la concorrenza e batterla sul tempo, sui contenuti, sulla cattiveria.

Insomma, gli stimoli professionali non ci mancano. Basta sbarazzarsi in fretta di un cascame che sembra ingombrante finché non lo ignori: si chiama verità, ma è l’ultima delle mie preoccupazioni. Io guardo più in alto, la verità è solo un intoppo rispetto al risultato. Io devo portare a casa un risultato bello grosso, per far piacere ai miei. I lettori, dite? Ma non ci sono più: le anime belle che vanno in edicola spariscono per consunzione come le edicole stesse. Io scrivo per le rassegne stampa dei politici, dei ministeri, delle aziende. Io scrivo per un qualche potere, in fondo non mi importa quale, basta che lo sia sul serio.

Adesso mi dicono che sono una puttana. Ci sarebbero delle contraddizioni semantiche. Fare la puttana è il mestiere più antico del mondo, mentre quello del giornalista palesemente non lo è, e non è nemmeno un mestiere. «Sempre meglio che lavorare», sentenziava Luigi Barzini junior. Nel concreto, poi, le belle di giorno e di notte non pagano le tasse, i giornalisti sì. Dettagli. Mi viene un sospetto: che le proposte di legge in corso per riaprire i bordelli nascondano il disegno di metterci dentro le redazioni? Ho il timore che i tagli ai (pochi e mirati) sussidi all’editoria siano solo un trucco per gasare il mercato di noi pennivendoli. Che tempi! Oggi arriva un tizio qualsiasi, ti spara una fake news sul web e tutti a correrci dietro, e tu, che ci hai messo ore e fatica a confezionare il pacchettino perfetto da pennivendolo provetto, sei scavalcato. Se non è concorrenza sleale questa…

Vedete, si può essere anche bravi, ma si può sempre sbagliare. Volevo indagare la mia finalmente scoperta natura di puttana e pennivendolo, raccontando l’inizio della mia giornata da giornalista. Mi sono accorto che ho raccontato la giornata del politico perfetto. Chiedo venia.

(ph: Wk1003Mike – Shutterstock)

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