Fake news: per tutti quelli che… il debito pubblico non è sostenibile

Il commissario europeo Pierre Moscovici ha di recente affermato: «Una manovra che aumenta il debito pubblico che è già 132%, il cui rimborso annuale ammonta a 65 miliardi l’equivalente del bilancio per l’istruzione, e che pesa 1.000 euro a italiano, non è bene per il popolo. È il popolo che paga ed è il popolo che rimborsa. Sono i più vulnerabili» (La Repubblica, 26 ottobre 2018). Ci vorrebbe un po’ di onestà intellettuale quando con le proprie parole si possono influenzare i mercati finanziari.

Consideriamo i debiti sovrani: se decidessimo di valutare i debiti di un Paese con gli stessi criteri con cui si valuta il debito di un privato (imprese e famiglie), nessun debito sovrano risulterebbe sostenibile. Quando si valuta il prestito di un soggetto privato lo si fa sulla base del reddito disponibile, misurando la possibilità che questo venga interamente restituito alle scadenze pattuite. Ogni privato ha un vincolo di bilancio da rispettare, a differenza degli Stati sovrani che invece possono decidere, senza vincoli, la quantità di moneta che la banca centrale può emettere. Quindi, per valutare la sostenibilità di un debito pubblico si dovrebbe guardare la disponibilità che lo Stato ha di sostituire i debiti in scadenza con nuove emissioni di titoli di debito, ovvero la possibilità di indebitarsi per ripagare i titoli in scadenza ed i relativi interessi.

In Stati con piena sovranità monetaria, cioè che hanno mantenuto il diritto e il potere di decidere se stampare o emettere moneta, si può ricorrere alla monetizzazione del debito (l’istituto centrale crea nuova moneta per sottoscrivere titoli di nuova emissione). Questo però genera inflazione, che se fuori controllo, diventa problematica. Stiamo parlando però di una libertà d’azione che il nostro Paese ha perso già prima dell’euro, con l’adesione allo SME nei primi anni ’80, e successivamente coi trattati di Maastricht e Lisbona e l’adozione della moneta unica.

I trattati Ue pongono il limite del 3% al deficit annuale (differenza tra entrate ed uscite nel bilancio statale), e l’obbligo di ridurre di 1/20 all’anno l’eccesso di debito pubblico rispetto al 60% del rapporto debito pubblico e Pil (Fiscal Compact). Questi criteri, sottoscritti da tutti i Paesi dell’unione monetaria, non hanno alcuna logica economica, perché la sostenibilità del debito dovrebbe essere rapportata ai patrimoni finanziari netti, cioè al volume totale del risparmio interno, e non al Pil, come invece ci ostiniamo a fare. In Italia la ricchezza finanziaria interna totale (il risparmio degli italiani investito in attività finanziarie) è di circa 5 mila miliardi di euro, pari a più di due volte il debito pubblico italiano (2.300 miliardi).

In altre parole, l’attuale livello del debito pubblico italiano è pienamente sostenibile dal risparmio interno. È come se chiedessimo in prestito 10 euro a Tizio che ne possiede 20, essendo quindi sicuri che Tizio abbia abbastanza soldi nel portafoglio da poterci prestare i 10 euro che abbiamo chiesto (sempre che voglia prestarceli). Nel caso in cui Tizio non ce li volesse prestare (i mercati non sottoscrivono tutto il debito pubblico), se fossimo in uno Stato con piena sovranità monetaria, cosa che l’Italia non è più, avremmo la possibilità di imporre alla Banca d’Italia di stampare moneta per sottoscrivere il debito. Cosa con l’euro e la Bce non possiamo fare. Le regole dei trattati europei sembrano essere allora esclusivamente politiche e non economiche, con lo scopo ideologico di ridurre la presenza dello Stato nell’economia o, se vogliamo, l’espansione del welfare.

Lo spread non prezza il rischio di insolvenza del nostro debito, ma quello di “ridenominazione”, cioè che l’Italia, o un altro paese Ue, esca dal sistema euro e adotti una nuova moneta interna. I mercati finanziari non sono guidati da teorie fantasiose o lobby complottiste, e ritengono che un ritorno alla nuova lira comporterebbe una svalutazione della nuova moneta rispetto all’euro di almeno un 30%. Ed è proprio per questa ragione che i mercati vendono titoli italiani ed acquistano invece titoli di Paesi dove è meno avvertito questo rischio. In pratica i mercati finanziari ci stanno dicendo, a chiare lettere, che l’euro non è un’area valutaria ottimale (Mundell) e che l’Unione Europea non è uno stato federale solidale, come invece dovrebbe essere.

In conclusione, il debito pubblico italiano è più che sostenibile. Non sostenibili risultano essere i criteri imposti dai trattati europei, e non solo per l’Italia, ma per tutti i paesi dell’area mediterranea, Francia compresa. L’economia non è una scienza sperimentale, è una scienza sociale ed uno strumento politico. È dalla politica che dipende la sostenibilità del progetto europeo. Nascondersi dietro ai numeri non serve più.

Valentina Chindamo
(Ph. Katjen / Shutterstock)