Qualità vita, le classifiche non sono il vangelo. L’esempio di Padova e Verona

Criteri molto relativi, oggettività impossibile e altri limiti: ecco i motivi per smontare il mito delle liste dei migliori e peggiori

Certe statistiche provano che l’immaginazione dei ricercatori di oggi non è inferiore a quella dei poeti di un tempo. E che molti giornalisti e commentatori credono più alle favole che ai numeri. O che i numeri sono vere e proprie favole a seconda di come li si confezionano. Purtroppo, la ricerca annuale di “Italia Oggi” e della Sapienza di Roma – uno studio che presumo accurato e approfondito – viene commentato a vanvera persino dallo stesso quotidiano che lo ha commissionato! Parliamo della classifica sulla qualità della vita delle città italiane… sì, “parliamo” di questo, ma la ricerca invece riporta sulla qualità della vita delle province e non dei capoluoghi. Persino il quotidiano che l’ha commissionata, confonde il capoluogo con il territorio provinciale. A meno che non mi sbagli io poiché non tutta la metodologia è stata riportata chiaramente e quindi se mi sbagliassi non sarebbe nemmeno del tutto colpa mia.

Così che talora si commentano questi dati come se fosse la classifica del Giro d’Italia. I sindaci delle città capoluogo le cui province risalgono posizioni in classifica cantano vittoria, gli altri trovano scuse. Per esempio, Padova è risalita di varie posizioni e l’amministrazione non ha mancato di innalzare immediatamente vanagloriosi peana senza considerare che trattandosi di dati provinciali, il comune di Padova rappresenta meno di 1/4 della popolazione e molto meno del territorio. Il pessimo giornalismo di “Italia Oggi” (d’altro lato meritevole per avere commissionato la costosa ricerca) viene preso per vero da sprovveduti analisti, politici e sindaci. Tra l’altro, responsabili della qualità della vita sarebbero solo le amministrazioni comunali? In parte sì, in altra parte lo sono le regioni e lo Stato che con il suo centralismo lascia poco margine d’azione agli amministratori locali e regionali. E nessuno si chiede se forse i maggiori responsabili della “qualità della vita” non siano alla fine i cittadini stessi? Certamente non lo è la provincia a cui si riferiscono i dati e che ha perso gran parte delle competenze.

Servono queste indagini? Solo se le si analizza con criterio e se si comprende davvero il significato di esse. Prima di tutto va detto che nella scelta degli indicatori è già contenuto un inevitabile giudizio su quali sono i parametri che adottiamo per valutare la qualità della vita. Vale a dire si tratta di quello che i ricercatori ritengono sia importante per definire qualità di vita. Essi possono variare da equipe a equipe, da indagine a indagine e quindi una domanda sarebbe: in che modo tali indicatori corrispondono a quel che i cittadini desiderano? In genere, essi riportano le “narrazioni” comuni e quindi le ricerche non sono molto diverse le une dalle altre nella scelta degli indicatori e delle metodologie. Ma qualche differenza c’è e su queste, analisti attenti dovrebbero soffermarsi per comprendere meglio cosa desiderano i cittadini o cosa è più desiderabile per i ricercatori che essi desiderino. E poi calcolare in che modo le città (le province) rispondono ai bisogni espressi o a quelli ritenuti importanti dai ricercatori. Sarebbe interessante confrontare le risposte date direttamente dai cittadini sulla loro qualità di vita e confrontarle con i dati che ne stabiliscono “oggettivamente” il livello sulla base di quanto i ricercatori e i committenti della ricerca pensano che giovi alla qualità di vita.

Nel Veneto, la ricerca rileva che Padova e Verona (le province) sono le sole due i cui capoluoghi hanno più di 200.000 abitanti tra le prime 40 d’Italia. Si potrebbe dedurre che nelle province dove i capoluoghi sono di piccole dimensioni, la qualità della vita sia superiore. Questo dato è abbastanza ricorrente – ma non provato – da inchieste svolte in tutta Europa. È una buona notizia per il Veneto e smentisce tutti coloro che ancora sognano grandi governi metropolitani, le grandi città del novecento in cui si andava a cercare fortuna e che oggi scivolano indietro nelle classifiche. Ma sono tutte supposizioni: non vale la pena spendere migliaia di euro per fare queste ricerche se poi le si commenta con approssimazione.

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