Lega vince le europee, l’ipotesi-bomba di Salvini: Zaia commissario Ue

Lotte intestine fra salviniani e zaiani in Veneto e opposte ambizioni del governatore e di Bitonci: retroscena di una futuro tutto da scrivere

A Luca Zaia non piacerà si sappia alle latitudini venete, ma il suo nome é in pole position come possibile componente di una futura Commissione europea che a fine 2019 nascerà rispecchiando il prossimo parlamento di Bruxelles a maggioranza conservatrice-sovranista. E’ già qualche mese che la voce gira nei corridoi della politica, da quando a Cernobbio il vicepremier e segretario leghista Matteo Salvini se ne uscì con la seguente frase, sibillina ma rivelatrice: «esprimerei il desiderio che l’Italia potesse nominare il commissario europeo all’Agricoltura». Scatenatasi subito la caccia all’esegesi, ne é tosto emerso il profilo del presidente della Regione Veneto, che nel governo Berlusconi fu ministro delle politiche agricole, che é una figura moderata, pragmatica, liberale, trasversalmente apprezzata, rassicurante agli occhi dell’establishment eurocratico e delle cancellerie continentali, e dunque adatto e spendibile per il ruolo.

Ma soprattutto, agli occhi di Salvini, é il leghista morbido che rappresenta una presenza ingombrante nella sua neo-Lega sovranista, che il ministro degli Interni é in procinto di trasformare definitivamente, e fin nel nome, nel partitone egemone di destra, proiettandosi negli anni a venire come leader assoluto – e senza rivali. Se, come é molto probabile, le europee incoroneranno il Carroccio primo partito italiano, Salvini sarà politicamente in credito con l’alleato M5S per rivendicare la rosa di nominativi da scegliere per i commissari spettanti ai singoli Stati. E allora perché non puntare su di lui, il popolarissimo ma scomodo Doge venetista?

A spingere verso questa elevazione all’empireo europeo, che sa parecchio di un promoveatur ut amoveatur, non é però solo o tanto Salvini (che nella strada per il potere ha già lasciato dietro di sé i cadaveri eccellenti di Flavio Tosi e Bobo Maroni). Sono piuttosto i salviniani veneti, rappresentati dal ministro Lorenzo Fontana braccio destro del Capo e capeggiati sul territorio dal segretario regionale Toni Da Re. Il mitico “baffo” Da Re a Zaia ha già fatto ampiamente le scarpe nelle candidature alle ultime elezioni politiche, facendo fuori tutti gli ufficiali zaiani sul campo. E più di tutti, a vederlo bene trasferito in Europa, é Massimo Bitonci, l’ex sindaco di Padova azzoppato nel 2016 dopo appena due anni da una trama di palazzo fra centrosinistra e Forza Italia, oggi sottosegretario al Mef (con le sue belle gatte da pelare con i risparmiatori azzerati delle due ex banche popolari venete, sul piede di guerra per le promesse mantenute poco e male sui rimborsi). L’incazzoso Bitonci é desideroso di candidarsi a governatore del Veneto nel 2020. In frontale rotta di collisione, quindi, con Zaia, che facendo cadere in consiglio regionale il divieto di terzo mandato consecutivo, ha fatto capire al mondo intero di avere una gran voglia di riproporsi ancora una volta, sicuro di essere in vantaggio su qualsiasi avversario, forte com’é di un gradimento stellare (proprio ieri l’Osservatorio Nordest del Gazzettino ne segnava l’asticella ad uno stratosferico 76%, con un aumento di sette punti rispetto al 2017; nota bene: più di Salvini, attestato al 71).

Ma a quanto filtra da radio-Lega, Bitonci non é apprezzatissimo proprio da tutti i salviniani del Veneto. Il sottosegretario all’agricoltura Franco Manzato gli sarebbe preferito, perchè più gestibile dell’autoritario padovano. E gli zaiani, in ogni caso, non si sono ancora arresi: sotto le loro bandiere, in pista per la segreteria regionale contro Da Re c’è l’assessore allo sviluppo economico Roberto Marcato, che il suo peso – anche personale – ce l’ha eccome, e vuol usarlo nella lotta interna per risalire la china. A Zaia, che non é mai stato un uomo d’apparato e di manovra interna al partito, alla fin fine importa più mantenersi in sella nella sua terra, in cui la chiave di volta per restare il politico più amato e votato é tenersi fedele all’immagine identitaria, di “patriottismo” veneto, che ha saputo costruirsi mantenendosi ad una certa distanza dal sovranismo nazionale salviniano.

Ora, siccome é anche un tipo pratico, non dev’essere un caso che mandi avanti il ministro veneto alle autonomie Erika Stefani a insistere per ottenere presto la tanto agognata autonomia, figlia del referendum-plebiscito dell’anno scorso. Anzi, non presto: prestissimo, il più presto possibile. Perché una volta che fosse finalmente segnato il traguardo-simbolo della sua amministrazione, a quel punto potrebbe annunciare “missione compiuta” e così giustificare più agevolmente un suo abbandono anticipato della poltrona a Venezia. Fra l’altro, se il posto fosse quello accennato da Salvini, vorrebbe dire per Zaia diventare uno degli uomini più potenti d’Europa, visto che il comparto agricolo vale una buona fetta dei fondi Ue. Un esilio, sì. Ma molto, molto dorato. E che gli garantirebbe un prestigio istituzionale e una visibilità mediatica tali da poter presentarsi fra qualche anno come un potenziale leader, e magari candidato premier, coi controfiocchi. Salvini permettendo, si capisce.

(ph: shutterstock_luca-zaia)

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