Di Girolamo, lo scrittore che prova a narrare dal punto di vista della donna

“Quante bugie hai detto questa sera”: un’indagine psicologica in linea con i nostri tempi

Un libro non potrà mai essere bello o brutto in senso assoluto. Si possono passare al vaglio molteplici aspetti nel valutarlo, scendendo di volta in volta sempre più nel particolare, ma un’unanimità di giudizio è praticamente impossibile. Perché questo? Perché non si può raggiungere un accordo anche relativamente vasto – si fa per dire – come nella scienza? Il motivo è che un testo non è una datità, un accadimento, un fatto di cui semplicemente prendere atto, se non nella sua mera consistenza materiale – l’insieme dei fogli che lo compongono. Un’opera chiama ognuno di noi nel suo personalissimo gusto, chiedendo di essere scelta o rifiutata. In tal senso, come capita con una donna, io posso ben dire che quella che mi sta davanti è proporzionata, con tutto ciò che serve nei punti giusti, ma se questo insieme di fattori non accende alcuno dei miei sensi, se toccarla o meno sono gesti che si equivalgono, va da sé che tutta la sua bellezza è per me un aspetto superfluo.

Ogni critica letteraria è dunque in una qualche misura uno sforzo assurdo, un tentativo votato allo scacco. Per quanto accurato e oggettivo possa essere chi valuta, il risultato potrà solo essere quello di far capire a chi è alla ricerca di un determinato tipo di testo se quello preso in esame possa fare al caso suo. “La nausea” di Sartre è sicuramente il più grande romanzo filosofico di sempre ma, se sto cercando di rilassarmi attraverso l’immedesimazione con un personaggio che passa da un’avventura esotica all’altra, forse Wilbur Smith sarà maggiormente indicato.
È proprio alla luce di quanto detto che mi risulta piuttosto complesso giudicare Alessandro Di Girolamo e il suo “Quante bugie hai detto questa sera”, uscito nella collana Sperimentali dell’agguerritissima TerraRossa Edizioni di Giovanni Turi. In estrema sintesi il libro narra la storia in prima persona di Anna, una ragazza dei nostri giorni, nel passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza inoltrata, con tutta la descrizione dei suoi disagi esistenziali, familiari e via dicendo. Il climax tragico arriva con la trattazione del dramma dello stupro.

Fuor di dubbio, il testo rientra a pieno titolo nel piano della collana “dedicata agli scrittori in grado di coniugare solidità narrativa e originalità stilistica con storie incisive e radicate nel nostro tempo”. Di Girolamo ha infatti coerenza nella scrittura e uno stile ben riconoscibile, non uniformato agli standard vigenti da un qualche editor senza rispetto delle peculiarità dell’autore. Anche la storia raccontata è indubbiamente più che mai tipica del nostro tempo: dato anche il riferimento alla violenza sessuale, se il movimento metoo dovesse scoprire “Quante bugie hai detto questa sera”, potrebbe rendere ricco l’autore, proporne la traduzione in tutte le lingue del mondo, e magari ci scapperebbe pure una serie su Netflix.

Ma cerchiamo adesso di capire a chi potrebbe piacere questo testo e a chi no. Se siete amanti dell’indagine psicologica, questo romanzo potrebbe fare al caso vostro. L’autore, con grande temerarietà, si lancia nell’impresa di ricostruire i percorsi mentali di un’appartenente al genere opposto al suo, e, considerato l’arrovellarsi ossessivo della protagonista, sembra esserci riuscito – per quanto impossibile sia stabilire con certezza se una donna ragioni realmente in quel modo, per consuetudine con la categoria, direi che è comunque ben più che probabile. Anna, in effetti, è votata alla cupio dissolvi con instancabile perseveranza, si ostina nel farsi del male al di là di ogni ragionevolezza, ripercorre certi fatti della sua esistenza al rallenty invece che passarci semplicemente sopra, non conosce alcun tipo di ironia e meno che mai di autoironia, è tanto indulgente verso sé stessa quanto inflessibile con le mancanze altrui, pensa inconsciamente di non doversi spiegare agli altri ma di dover essere compresa in ragione del suo mero esistere. Insomma, si comporta come il novanta percento delle sue coetanee, pur avendo le potenzialità per non essere altrettanto sciocca.

Se invece vi interessa quella che si chiama una narrativa di contenuti, quel modo di considerare i caratteri non per le loro posizioni idiosincratiche, ma come rappresentanti di una ben precisa categoria sociale, allora lasciate perdere. Di Girolamo non condivide certamente l’ottica di un Houellebecq che considera i suoi personaggi come maschere di un certo tempo e società, focalizzandosi unicamente sul loro ruolo nella dinamica dei motti storici, e che quindi per forza di cose sorvola sulle facezie personali. Non per niente è lo stesso autore francese a dire, in “Estensione del dominio della lotta”, che le nostre esistenze in questo mondo contemporaneo si sono ampiamente e tristemente uniformate, fino a rendere l’indulgere sulla dimensione psicologica una stronzata a livello narrativo. In tutto ciò, comunque, l’autore di “Quante bugie hai detto questa sera”, meglio ribadirlo, ha un suo perché. Anche l’intollerabile superficialità con cui viene considerato il punto di vista di qualsiasi maschio presente nel racconto, a fronte di tutta l’attenzione posta su pensieri e sensazioni della protagonista, è in fondo consustanziale alla scelta della prima persona.

Non è strano, insomma, che la differenza di prospettiva che comporta l’appartenenza a un genere piuttosto che a un altro determini non poche difficoltà nell’empatizzare tra maschi e femmine. È quindi relativamente naturale che l’essere tanto centrata su sé stessa porti Anna a non riuscire quasi mai a scorgere l’umanità in quelli del sesso opposto, i quali in ultimo risultano, chi più chi meno, votati unicamente alla conquista dei suoi orifizi come cani che pisciano su tutti i pali possibili e immaginabili per segnare il territorio. Fatte queste debite riflessioni e considerato che il lavoro in questione ha una sua incontestabile validità, se non altro perché fedelissimo reportage di come l’omologazione agisca anche su quelle menti che potrebbero distinguersi, la palla passa al lettore che dovrà porsi il semplice interrogativo: “mi interessa un libro simile?”.

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