Povero Pound, poeta più “usato” che letto

Dal noto movimento politico che porta il suo nome allo spettacolo VenEzra, non si smette di parlare del poeta statunitense che sostenne Mussolini. Ma lui amava il silenzio

Povero Ezra. Non ha pace. Poeta dalla vita intensissima, d’altronde come tutti i veri poeti. Una vecchiaia di sofferenze, temo immeritate, almeno secondo i volgari canoni della giustizia umana. Dolori postumi, anzi peggio, un chiacchierume infinito, una corsa ai brandelli dei suoi vestiti, ai pezzi del suo corpo e della sua anima. Un saccheggio di Pound che continua, anche in questi giorni.

«Gli uomini si affollano intorno al poeta e gli dicono: canta presto di nuovo, che nuove sofferenze torturino presto la tua anima, e che le tue labbra seguitino a essere conformate come prima, perché le grida non farebbero che inquietarci, ma la musica è soave…» (S. Kierkegaard) Lasciamo stare i poeti! No: tutti scrivono, tutti vogliono dire la loro, e quel che è peggio tutti vogliono farcela sapere. Il nome di Pound da tempo viene associato a un’organizzazione politica, quantomeno overambitious potremmo dire.

Ne ha scritto – quasi per rilasciargli una non richiesta carta di circolazione – Claudio Magris sul Corriere. Di questi giorni le discussioni su VenEzra a Venezia. Assessori, attori e maitres à penser vari in bella mostra. Ci manca solo un intervento di Aldo Cazzullo. Eppure, dopo la tragica esperienza della prigionia e del manicomio, Ezra Pound stesso volle chiudersi in un mutismo assoluto, tempus loquendi, tempus tacendi, non per risentimento. Un mutismo che non volle interrompere nemmeno per la solidarietà di un certo numero di intellettuali sdoganatori. Pound non voleva essere compreso, non voleva essere accettato, non voleva essere idolatrato, né certamente avrebbe voluto essere sottoposto alle sofferenze fisiche che criminalmente gli furono inflitte. Avrebbe solo voluto essere trattato come uno che patisce le pene dell’inferno per quello che vede, appunto un poeta, ma vuole essere lasciato stare.

Il tempo del silenzio non è finito, ancor meno è cessato il tempo per leggere Pound, per meditarlo, per cercare di comprenderlo, ma senza scriverne a ogni piè sospinto sui giornali, senza pubblicarlo su Facebook. Bene aveva capito Bob Dylan, parente stretto di Pound, che gli onori che vengono conferiti ai poeti in realtà servono per innalzare i piccoli uomini (e donne) che vogliono darli, non certo per onorare l’arte dei premiati (“Day of Locusts”, 1970). Continuiamo a leggere le opere di una delle più grandi e attuali anime del XX secolo. Ma che non si sappia in giro per favore. Ezra ama il silenzio.