Emergenza rifiuti, che fare? Le idee delle aziende a Veneto Green

Un’emergenza annunciata, quella che ha riempito le pagine dei quotidiani col litigio Di Maio-Salvini a proposito del Piano Rifiuti del loro Presidente del Consiglio Conte. Annunciata un paio di giorni prima dall’evento padovano Veneto Green che ha visto presenti almeno settanta realtà fra aziende, consorzi di aziende e la RIR (Rete Innovativa Regionale) Veneto Green Cluster. A promuovere l’incontro, l’amministratore di Elite Ambiente Antonio Casotto (in foto assieme a Mirko Osellame): laurea in ingegneria chimica, trent’anni di esperienza nell’intera filiera dei rifiuti (raccolta, trasporto, recupero-smaltimento, vendita delle MPS-Materie Prime Secondarie, bonifiche ambientali), e fondatore di Gruppo Ethan, pool di aziende che operano nei settori Ecologia ed Energie Rinnovabili.

La situazione: una burocrazia soffocante
«Sapete bene che sulle discariche non si può più contare», ha esordito Casotto. «Molte di esse vengono ormai precettate per i rifiuti urbani, e chi deve smaltire i rifiuti speciali trova le porte chiuse. I termovalorizzatori sono sovra-saturi, e di aprirne di nuovi non se ne parla (sarebbe stato interessante sentirlo dopo le dichiarazioni del ministro Di Maio). Non resta quindi che l’export». Già, l’export. Peccato che la burocrazia necessaria per smaltire i rifiuti con questo sistema sia più soffocante dei miasmi che i rifiuti stessi emanano. E infatti per Casotto non si tratta della soluzione con la s maiuscola, ma di una soluzione, che ha però il vantaggio di essere praticabile immediatamente riuscendo ad affrontare senza panico l’emergenza in atto e quelle che verranno. Ma solo a patto che il dialogo fra imprese e Regioni riprenda – o sarebbe però meglio dire “inizi”.

La proposta: l’export, ma a precise condizioni
«Non ci si può più rivolgere ai politici coi problemi, bensì con le proposte» ha continuato Casotto. E lui la proposta ce l’ha: «prima di tutto va istituito un tavolo permanente con la Regione. Non è ammissibile che ci si debba parlare attraverso il Tar. Il Tar non è un organo politico ma giudiziario. In secondo luogo va istituito un servizio terzo, rispetto alla Regione e alla aziende, di traduzione delle pratiche, magari a pagamento da parte delle aziende ma tale da velocizzare l’iter». Beh, sì, se si deve esportare si deve parlare, anche amministrativamente, la lingua del Paese in cui ci si reca, anche se la Regione non pare aver fatto proprio questo concetto. «Inoltre va detto fine al tacito rinnovo: la pratica dev’essere evasa tempestivamente, non costringere l’operatore ad attendere i tre mesi canonici di silenzio per poi procedere».

“Ci dicono mafiosi”
Al tavolo dei relatori vi era anche Mirko Osellame, nome di tutto rispetto nell’ambiente, presente come presidente di Ciger, consorzio che raggruppa 20 imprese del settore. Un’inezia, se si confrontano con le 450 aziende presenti nel Veneto, ma di ben altro l’impatto se si considera che Ciger gestisce 1,8 milioni di tonnellate di rifiuti/anno, pari ad 1/7 del totale veneto con un fatturato di 106 milioni/anno e 16 mila aziende servite.
Osellame ha ribadito l’assoluta necessità di un tavolo tecnico proposto da Casotto. Peccato che quando il suo consorzio lo ha proposto alla Regione, gli è arrivata in risposta una lunga lettera in cui la Legge Antimafia era citata per ben cinque volte. «Cosa c’entrasse la Legge Antimafia con la mia richiesta non l’ho capito, quello che ho capito è che fra le righe e con grande eleganza ci hanno dato dei mafiosi».

Un problema di comunicazione
Alzi la mano chi associa la parola “rifiuti” a qualcosa di positivo. Le stesse aziende, quando sentono parlare di AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale), fanno catenaccio. Le AIA obbligano infatti le aziende progettiste di determinati impianti a dare comunicazione via stampa all’opinione pubblica delle loro intenzioni. E tutte, o quasi, si limitano al trafiletto d’obbligo pubblicato nel giornale locale, da allegare alla richiesta di autorizzazione come qualsiasi altro documento. Non è mancato il caso di un’azienda che, in virtù del solo trafiletto, si è vista titoli a tutta pagina che denunciavano l’intenzione di aprire una discarica. L’azienda ha rettificato, usando però lo stesso stile del trafiletto, e la presunta discarica è divenuta (sempre a tutta pagina), un inceneritore. All’azienda, che né una discarica né un inceneritore voleva realizzare, non è rimasto che rinunciare all’impresa. E, sicuramente, se gli imprenditori comunicassero di più, certi funzionari si guarderebbero bene dal definirle, sia pur fra le righe, “mafiosi”.

“Perché non fare una RIR?” Perché c’è già
La soluzione export, dunque, è ottima per affrontare il problema, ma lo è molto meno per risolverlo definitivamente. Una delle soluzioni si chiama RIR, Rete Innovativa Regionale, e l’ha costituita Enrico Cancino, specializzato in reti d’impresa ed esperto nella ricerca e nell’accesso ai finanziamenti pubblici. Il nome della struttura è Veneto Green Cluster e punta soprattutto sulla valorizzazione delle MPS, Materie Prime Secondarie, ovvero sui rifiuti prevalentemente industriali di fatto destinati alle discariche. Un insulto, la discarica, se si pensa che le MPS possono diventare funzionali a nuovi cicli produttivi, quand’anche alla realizzazione di nuovi prodotti o alla loro trasformazione in energia. Non c’è limite alla fantasia se si cercano le tipologie di aziende coinvolte in Veneto Green Cluster: si va dalle acciaierie alle distillerie. Sono inoltre coinvolte le tre università Venete (Padova, Verona, Venezia) e quella di Trento, oltre alla Regione Veneto che ha riconosciuto l’iniziativa con Decreto della Giunta Regionale.
Cinque, in questo momento, i progetti attivi. Vanno dagli scarti del cartongesso all’impiego delle plastiche eterogenee negli asfalti, sino al reimpiego degli scarti di frutta. Ma questa è un’altra storia.

Pietro Casetta

(ph: Pietro Casetta)

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