Tintoretto a Venezia, doppia mostra sull’artista “Serenissimo” per eccellenza

Palazzo Ducale e Gallerie dell’Accademia omaggiano il cinquecentenario del pittore che ritrasse gli anni d’oro della Repubblica dei Dogi

Venezia celebra con una duplice mostra, alle Gallerie dell’Accademia e a Palazzo Ducale fino al 6 gennaio, il cinquecentenario della nascita del Tintoretto, il veneziano per eccellenza tra i Maestri della pittura lagunare del XVI secolo. La mostra è frutto dell’impegno di anni e della collaborazione internazionale sia pubblica che privata; sono infatti presenti opere provenienti da una quarantina di prestatori, Musei, Gallerie e collezionisti, tra cui la National Gallery of Art di Washington, dove parte dell’esposizione si riaprirà ad inizio 2019. Nato a Venezia, Jacopo Robusti vi trascorre l’intera esistenza: una vita intensa e operosa, di molto lavoro e molti successi, che attraversa quasi completamente il Cinquecento. Muore infatti nel 1594, mentre si avvia a conclusione il secolo d’oro dell’arte veneziana. Gli anni della sua formazione coincidono con un periodo di pace per la Serenissima.

A Venezia s’intensificano gli scambi culturali con varie regioni d’Italia, particolarmente significativi nel dominio della pittura, dove si vanno insinuando i modi di matrice tosco-romana propri del movimento manierista, destinati a trovare nel Tintoretto un’eccezionale quanto personalissima rispondenza. Agli anni giovanili dell’artista è dedicata l’esposizione allestita alle Gallerie dell’Accademia a cura di Paola Marini, Roberta Battaglia e Vittoria Romani. Propedeutica rispetto all’esposizione di Palazzo Ducale, la mostra è imprescindibile per comprendere come il giovane pittore uscito dalla bottega rinascimentale di Tiziano trasformi il proprio linguaggio sino a divenire nella maturità il rivoluzionario protagonista della tipica “maniera” d’impronta veneta.

La presenza di opere di autori di tradizione tizianesca accanto ad altri di scuola tosco-romana offre numerosi spunti d’indagine sia sull’operato dell’artista agli esordi che sulla cultura artistica veneziana nei decenni centrali del Cinquecento, dominata dalla pittura di Tiziano eppure sensibile a modi di cui lo stesso Vecellio percepisce l’influsso.
Il percorso espositivo è così ritmato da sottilissimi confronti, sino a sfociare nel gioco di rimandi delle tre versioni dell’Ultima cena, di Jacopo Bassano, Giuseppe Porta Salviati e dello stesso Tintoretto. La mostra si chiude con il telero realizzato per la Scuola Grande di San Marco dall’artista non ancora trentenne, Miracolo dello schiavo, opera che segna il suo primo definitivo successo. Nella concitata teatralità di questa rappresentazione già si leggono le peculiarità che contraddistinguono il Tintoretto: la pennellata veloce, discontinua e satura di colori dai forti contrasti timbrici, il dinamismo delle figure animate da un’irrefrenabile tensione, l’alternanza violenta di luci ed ombre.

Ogni dettaglio si carica di connotazioni drammatiche, evidenziando l’originalità di un linguaggio che ribalta totalmente i canoni classici dell’armonia. La mostra allestita nelle sale dell’Appartamento del Doge a Palazzo Ducale per la cura di Robert Echols e Frederick Ilchman e con la direzione di Gabriella Belli documenta il Tintoretto degli anni più maturi e fino alla vecchiaia, lungo un cammino che va dall’autoritratto del giovane pittore del Philadelphia Museum of Art, al settantenne del Louvre. La suddivisione del percorso espositivo su basi tematiche spinge a una lettura emotiva delle opere. Stanno così, esemplarmente vicine, tele dai temi assai differenti accomunate da un’identica intensità narrativa: il Tintoretto sembra qui aprire un dialogo con se stesso, nell’impetuoso argomentare di storie e persone tra sacro e profano, dal Ratto di Elena al Sant’Agostino risana gli sciancati, fino alla splendida Susanna e i vecchioni. S’impone infine la galleria dei ritratti, dove si manifesta una volta ancora il carattere innovativo dell’artista, che delinea i soggetti rappresentati con tratti essenziali, veritieri, scevri da qualsivoglia intento celebrativo. Ad arricchimento dell’esperienza offerta dalla mostra va ricordato che l’intera città è il palcoscenico dell’arte del Tintoretto, legato intimamente alle vicende di Venezia, della quale rispecchia nella pittura le predilezioni e le istanze.

La sua è la Venezia in cui ancora non si avvertono, celati nella fiorente quotidianità dei commerci o nella magnificenza delle cerimonie ufficiali, i sintomi della crisi e della decadenza che fatalmente colpiranno la Serenissima. E’ la Repubblica dogale dei personaggi immortalati dagli artisti, che tra mare e cielo va inalberando orgogliose architetture pubbliche e private, ma anche la città che ospita una particolare committenza solida e agiata, i conventi e le confraternite, le “scuole” desiderose di abbellire le proprie sedi. Ecco allora i miti reinventati su soffitti e pareti del Palazzo Ducale, gli affreschi che glorificano Venezia attraverso la celebrazione delle grandi battaglie, o le virtuosistiche metafore delle “storie” tratte da temi biblici e le pale d’altare che nelle chiese danno forma alla speciale religiosità veneziana, tutta la ricchezza profusa senza soste da un pennello capace di attrarre noi oggi come nei secoli ha affascinato personalità diverse, dall’Aretino a Henry James a Cézanne, ad innumerevoli ignoti passanti.

(ph: L’ultima cena Renata Sedmakova – Shutterstock)