Al diavolo Piccolo, volete un Consiglio di lettura? “Ammazza la star”

“L’animale che mi porto dentro” è banale e pieno di cliché. Meglio la vivacità intellettuale dello scrittore siciliano

La gente è sciocca, superficiale, incompetente, fastidiosamente manichea. Il pubblico dei lettori non fa eccezione. Naturalmente, non parlo di quelli che aspettano in fila, a mezzanotte, per una copia del libro di Francesco Totti – trattasi in quel caso di un’umanità oramai perduta, irrecuperabile. No, mi riferisco a coloro che comprano letteratura e per i quali, di conseguenza, non vi sono scusanti. Spesso e volentieri, anche tra loro vi è gentaglia senza gusto e con scarsa autonomia di valutazione. Altrimenti, se vivessimo in un paese normale, ben altri sarebbero gli autori di successo e certo non quelli che siamo abituati a trovare in cima alle classifiche.

In queste ultime settimane abbiamo tutti sentito parlare di Francesco Piccolo e del suo “L’animale che mi porto dentro”, edito da Einaudi. La cosa non è strana. Piccolo – per il quale, come autore, vale il principio nomen omen – ha scritto un libro di una banalità sconcertante e avvilente, quindi indiscutibilmente adatto al lettore dello Stivale. Non vi si dice niente di nuovo, ma questa minestra riscaldata è l’ideale per chi vive dei soliti cliché, come il consumatore che acquista libri consigliati dalle pagine culturali di La Repubblica. La tesi di fondo di questo testo è molto semplice e sommamente imbarazzante: l’autore fa atto di pubblica contrizione e confessa che, anche nell’individuo più evoluto, sussiste, per quanto ben celato agli sguardi, un residuo di dimensione animale – viva Dio, oserei dire! Dal suo punto di vista ciò induce anche l’uomo di cultura a fare pensieri sconci, per esempio al cospetto di una donna, del tipo: “ma guarda che tette”, “però, che culo la tizia”, “azzo, quanto me la farei”. Disgustoso! No, non chi pensa così, sia chiaro, ma Piccolo, questo minuscolo narratore.

Lo scribacchino di “L’animale che mi porto dentro” riesce in poche pagine a vanificare tutta la storia dell’autoironia nel Secondo Novecento, penso per esempio a Woody Allen. Vi ricordate il fantastico “Harry a pezzi”, con il protagonista in piena crisi esistenziale che confessa al suo psicologo di andare in giro e non riuscire a fare a meno di pensare, per ogni donna che vede, come sarebbe a letto? Bei tempi, ma temo che quel gusto pungente e liberatorio per il politicamente scorretto non tornerà più. Criminali letterari del calibro di Piccolo ci hanno tolto ogni speranza.

A ogni modo, se vi fidate, io vi suggerisco di considerare un altro Francesco, per la precisione Francesco Consiglio – nel suo caso cognome omen. Questo ingiustamente sconosciuto autore è uno dei pochi che riesca a leggere senza sbadigliare dalla noia e ritrovarmi alla fine del libro con i testicoli da dover spostare usando la carriola del muratore. Consiglio ha un unico gigantesco problema: non è mai manicheo, o tagliato con l’accetta. Nei suoi libri non esistono bene e male che si affrontano sui due lati del campo come nella più stupida partita di calcio immaginabile. Un suo lavoro non si presenta mai come pura tragedia o semplice commedia. Francesco rimescola tutto, fa saltare i canoni, ti induce a sorridere prima di sbatterti in faccia che tutti quanti finiremo in ultimo a occupare un minuscolo loculo perfetto per la misura della nostra insignificanza. Mi rendo conto che per il lettore medio, quello che legge l’altro Francesco, il Piccolo piccolissimo, tante complicazioni producano inevitabilmente un cortocircuito cerebrale. Molto meglio un rassicurante mondo di contrapposizioni chiare e nette e l’abbraccio incondizionato alle cretinate propinate dal movimento metoo.

Ma se avete un minimo di materia grigia che ostinatamente si rifiuta di aderire al pensiero dominante, leggetevi “Ammazza la star” edito da Castelvecchi. Consiglio è un mago nel dare vita letteraria a figure di inetti esilaranti, come l’ultimo suo protagonista che aspira a uscire dall’anonimato uccidendo una star dello spettacolo, piuttosto che cercare a sua volta di intraprendere una simile carriera. Naturalmente – non si dovrebbe dire, ma meglio essere didascalici considerati i lettori che ci sono in giro –, quella che mette in scena l’autore è una critica del nostro tempo e della società in cui viviamo, ossessionata dal successo. Il messaggio apocalittico nel suo testo, però, rifiuta di inserirsi nel solco già tracciato del lamento funebre, tipico di tanta letteratura nostrana, e sceglie piuttosto la via sfuggente dell’ironia, del paradosso, del riso grottesco. Capisco bene che la sua opera, per quanto apparentemente semplice e lineare, per essere goduta appieno necessiti di una certa attenzione per le sottigliezze e per quei terribili intrecci di parole, tra detto e non detto, in cui il lettore resta sospeso, nel dubbio tra l’aver compreso o il non aver capito un accidente. Voi, comunque, fatelo lo sforzo, mettetevi alla prova. Se non lo fate per Consiglio, o per me, che sia almeno per carità della letteratura.