Umbria, femministe contro Marini (Pd): «ostacola l’aborto»

Aborto chirurgico o farmacologico? La risposta in Italia, paese cattolico per eccellenza (Roma sede del Vaticano), sarebbe semplice. Nessuno dei due. La legge, però, nel nostro Stato laico esiste e l’interruzione volontaria di gravidanza dal 1978 non è più un reato. E le modalità di accesso sono disciplinate dalla 194. Almeno sulla carta. Una carta che in Umbria sembra non essere rispettata appieno. A quaranta anni dalla sua entrata in vigore ancora
stenta l’applicazione. Per questo motivo le donne umbre hanno sottoscritto recentemente una lettera indirizzata alla presidente della Regione Umbria, Catiuscia Marini per ricordarle le gravi carenze sulle politiche sanitarie a favore delle donne. Da otto anni giace nei cassetti del consiglio regionale umbro una delibera pronta per essere discussa sulla regolamentazione della pillola abortiva Ru486 ma lì è rimasta.

Anche la lettera delle donne non ha ricevuto finora risposta dalla presidente Marini. Magari sono le stesse donne che hanno votato per lei, fidandosi del genere femminile come di un’equazione matematica. Donna politico, uguale risoluzioni questioni femminili. Invece nell’agenda della Catiuscia Marini non c’è posto per la pillola abortiva.
Tantomeno per il suo elettorato, sa va sans dire. Marina Toschi, vicepresidente di Agite, associazione ginecologi territoriali, oltre a essere tra i firmatari del “manifesto” è tra i leader del movimento delle donne più attive. Ginecologa, quaranta anni di lavoro spesi nel distretto sanitario perugino, conosce alla perfezioni la problematica non solo legata all’aborto ma anche alla prevenzione: «in Umbria i costi per la contraccezione sono in fascia C, quindi a totale carico della donna», spiega. «Stessa situazione per i profilattici femminili nonostante – sottolinea ancora Toschi – siano in crescita i casi di Aids in Umbria».

Ma la vera denuncia è questa: in Umbria i tempi di attesa di un aborto chirurgico sono tra i più lunghi in Italia. «Sappiamo – dichiara la vicepresidente di Agite – che si devono aspettare almeno 15 giorni nel 30 per cento dei casi di richiesta d’intervento». Aspettare in questo caso implica aspetti etici per la donna che decide per l’Ivg non indifferenti oltre al fatto che la legge prescrive un tempo oltre il quale non si potrà più effettuare l’aborto. Secondo le stime ufficiali in Calabria, ad esempio, si superano le due settimane di attesa solo nel 18 per cento dei casi; questo per evidenziare quanto la sanità pubblica nelle regioni del sud non siano sempre sotto standard qualitativo. Per farsi un’idea: solo 2 su 12 ospedali umbri praticano l’aborto volontario con la RU486 e gli obiettori (medici che si rifiutano di effettuare l’Ivg chirurgica) sono il 73 per cento del totale. E, allora, se i numeri sono questi non è sbagliato affermare che sono loro a dettare legge agli ospedali amministrati dalla Regione Umbria. L’applicazione della pillola abortiva al posto dell’intervento porterebbe a velocizzare la lista d’attesa che porta sulle proprie spalle il rimanente 27 per cento dei medici non obiettori. La 194 in realtà ha portato in questi ultimi decenni a mettere un segno
meno al numero delle interruzioni . Dal 1982 ad oggi in Umbria si è passati da 4042 aborti a 1300, un -67 per cento.

Stefania Pascucci per Cronache Nazionali

(ph: Facebook – Catiuscia Marini)

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