Arena, basta perdere tempo: serve un commissario

Il sindaco di centrodestra Sboarina non ha saputo far meglio di Tosi: in meno di un anno ha buttato via il lavoro di Fuortes e Polo

La differenza è sotto gli occhi di tutti. Scolpita nei numeri. Nel tremendo aprile del 2016, quando la Fondazione Arena stravolta dalla mala gestione era a un passo dal baratro (e gli aedi della privatizzazione illustravano con grande risalto mediatico i loro progetti), il piano di salvataggio messo a punto su mandato del duo Tosi-Girondini da Francesca Tartarotti (dirigente “strappata” a caro prezzo al Maggio Fiorentino pochi mesi prima) fu bocciato per due voti: 132 no contro 130 sì, con due schede nulle e due bianche. Seguirono commissariamento e lunga marcia in un risanamento di lacrime e sangue.

Sabato sera, la sfiducia dei dipendenti in assemblea nei confronti dei dirigenti della Fondazione e della loro gestione secondo le cronache ha visto un paio di no e un paio di astensioni su circa 160 votanti. Tutti gli altri compatti per il segnale forte. In pratica, un pronunciamento all’unanimità. Non unanime ma sempre a maggioranza “bulgara” la decisione riguardo all’agitazione che farà saltare – salvo colpi di scena – la Bohème inaugurale della stagione lirica al Filarmonico, il 16 dicembre. Si sono espressi solo i dipendenti coinvolti nella produzione, 141 secondo il Corriere di Verona: 125 a favore, 9 contrari, 7 astenuti.

Nel giro di meno di un anno, la gestione areniana del sindaco Federico Sboarina ha buttato alle ortiche il lavoro del commissario Carlo Fuortes (in carica da aprile a ottobre 2016) e del sovrintendente Giuliano Polo (autunno 2016 – fine 2017), che comprende anche, naturalmente e principalmente, il finanziamento agevolato di 10 milioni possibile grazie alla legge Bray, arrivato con notevole ritardo in questi stessi giorni. Un anno fa, la situazione era di sostanziale pace sindacale, condizione primaria perché il risanamento procedesse concretamente sulla linea del “tendenziale risanamento” che anche la Bray pone come pregiudiziale. Ma la politica e la veronesità – combinato disposto sempre disastrosamente in funzione nelle vicende areniane – hanno trovato nel sindaco eletto pochi mesi prima (giugno 2017) un interprete di devastante efficacia in negativo, esattamente come il suo predecessore. Da gennaio di quest’anno, lavoratori della Fondazione, osservatori e cittadini, appassionati e non, hanno assistito a una recita dai toni surreali e talvolta grotteschi. Ionesco in riva all’Adige, con in più la sconsolante e ripetuta sensazione del déjà-vu. Perché gli errori – in una inesorabile coazione a ripetere – quando si parla di Fondazione Arena sono un ordine seriale senza fine.

Sboarina voleva sulla poltrona di sovrintendente Gianfranco De Cesaris, manager fino a poco prima attivo quasi esclusivamente nel settore automobilistico (e non con particolare fama di brillantezza), in quel momento in cerca di nuova sistemazione. Stoppato dall’allora ministro della cultura Franceschini, perché la legge richiede al sovrintendente conoscenze ed esperienze specifiche nel settore – che De Cesaris non aveva – Sboarina ha ripiegato sulla “fille du pays” Cecilia Gasdia, in passato una carriera ad alto livello nel mondo della lirica come soprano. Politicamente organica alla maggioranza che governa Verona (si era candidata per Fratelli d’Italia), innamorata dell’Arena e artisticamente (più che gestionalmente) competente, Gasdia si è trovata installata sulla poltrona principale quando probabilmente aspirava più che altro al ruolo di direttore artistico. Al suo fianco, il sindaco le ha piazzato De Cesaris in funzione di direttore generale.

Sono seguiti mesi “spettacolari”, con Gasdia animata da esagerato, talvolta caricaturale protagonismo e De Cesaris fra le quinte a cercare di orientarsi e di capire il mondo in cui aveva accettato di entrare senza nulla saperne, gestionalmente e amministrativamente un ircocervo fra logiche solo sulla carta privatistiche e dinamiche da pubblica amministrazione. Pure questo spiega il ritardo con cui sono arrivati i milioni della Bray, collegati a passaggi, come la ristrutturazione del debito, affrontati con lentezza e incertezza. Perché esultare per il completamento del finanziamento ci può stare, a patto che si riconosca che è arrivato molto tardi anche per le inadeguatezze interne, non certo solo per le lungaggini della burocrazia ministeriale.

La situazione era traballante già durante il festival estivo, è diventata ingovernabile alla fine dell’estate, quando la “rivolta per lettera” dei manager ha portato alla luce il patto politico alla base delle nomine. Gasdia si era allargata troppo, De Cesaris doveva vedersi riconoscere le amplissime deleghe gestionali pensate per lui da Sboarina. Il braccio di ferro è durato un paio di mesi. Poi Gasdia ha chinato la testa, ha accettato di firmare le deleghe (dal notaio!) ed è letteralmente scomparsa dalla ribalta che nei mesi precedenti aveva occupato a tempo pieno. In questo momento, il sovrintendente dell’Arena di fatto è De Cesaris, che infatti partecipa alle riunioni dei sovrintendenti e detta comunicati sui problemi del momento. Sbalorditivo che Gasdia abbia accettato di fare in sostanza da prestanome, tenendo conto che le responsabilità generali sono ancora tutte sue, anche dal punto di vista giuridico.

Dal “putsch” manageriale di fine estate le grane non hanno fatto che moltiplicarsi. In una escalation di tensione e incomunicabilità con i dipendenti. Prima la questione dei compensi aggiuntivi degli anni 2014-2015, che la Corte dei Conti vorrebbe recuperare dai lavoratori; poi quella dei contratti a termine dei cosiddetti aggiunti, non più rinnovabili, con gravissimo danno specialmente sulle attività artistiche. Come ciliegina che ha fatto saltare i nervi a quasi tutti, la nomina di un vicedirettore artistico, figura unica nel panorama delle Fondazioni, ricostituzione della vituperata situazione esistente durante l’era Tosi-Girondini, che solo Polo era riuscito, dopo anni, a chiudere. Adesso manca meno di un mese alla conclusione dello stato di crisi. Gli ultimi due bilanci dicono di un consolidamento dei conti verso l’equilibrio, e anche quello 2018 probabilmente andrà in questa direzione. Ma dall’anno prossimo cesserà il sacrificio dei dipendenti, che dal 2016 a ora hanno percepito dieci mensilità su dodici. Sono circa 2,5 milioni all’anno, che rientrando in bilancio rischiano di far traballare alquanto i conti areniani. Conti comunque appesantiti da oltre 26 milioni di debito e da un patrimonio in continua erosione, mai rimpolpato da chi dovrebbe farlo (in primis il Comune).

E resi problematici dalla perenne e indecorosa esiguità della partecipazione di quella “Verona civile” (pubblica e privata) che da anni è abituata a godersi l’enorme indotto economico di un festival come quello in Arena senza assumersi reali responsabilità di sostegno finanziario. Intanto, la programmazione artistica procede più che a rilento, con respiro corto, pochissima presa comunicativa sul pubblico. In questo caotico momento, la sfiducia integrale decretata dai dipendenti areniani nei confronti di un management pingue di compensi (l’anno prossimo le sei posizioni apicali costeranno oltre 650 mila euro, 300 mila solo per Gasdia e De Cesaris), ma non altrettanto di efficacia (e nemmeno di efficienza, in molti casi) è un segnale che il ministro Alberto Bonisoli non può sottovalutare. E non basta che sia in corso un’indagine ministeriale sulla questione delle deleghe, come è emerso in questi giorni, anche se può essere un utile grimaldello. In realtà, una volta di più e non diversamente da quanto accaduto due anni e mezzo fa, occorre accendere un faro sulla Fondazione Arena.

E la sintonia politica generale (pur con molte inevitabili distinzioni) fra amministrazione veronese e governo non può essere la scusa per un “laissez faire” che sarebbe disastroso. Ci sono tutte le condizioni per un nuovo commissariamento. Per salvare il risanamento e rilanciare la programmazione. Lo dicevamo due mesi fa  e si è già perso tempo, la situazione è peggiorata: quanti spettacoli saltati per sciopero si dovranno contare prima che Bonisoli ne prenda atto?

(ph: Shutterstock)

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