Il calendario di Renzo Rosso. Non di Vicenza

Rucco trova normale patrocinare un’iniziativa commerciale senza averne alcun vantaggio monetizzabile. Della serie: quanto il tifo giustifica tutto

Ha senso che un Comune “promuova”, nello scenario dei suoi tesori monumentali, la realizzazione del calendario pubblicitario di un’azienda privata, sia pure ammantato di un parziale scopo benefico peraltro non ancora ben definito, ma certamente non relativo alle attività e ai progetti del Comune stesso? La risposta – negativa – sembrerebbe scontata, ma visto che la storiella che sta sotto alla domanda riguarda Vicenza, scontata non è affatto. E infatti è quello che è accaduto. Il punto è che il suddetto calendario non è semplicemente il progetto di marketing di una delle molte industrie vicentine affermate internazionalmente. L’idea proviene dal salvatore della patria calcistica, il proprietario del Lanerossi Vicenza Virtus, il tycoon dell’abbigliamento “casual” Renzo Rosso. Un imprenditore che sa bene quello che vuole e che sa come fare per raggiungere i suoi obiettivi – lo dimostra la sua storia di successo.

A Vicenza, poi, dopo avere resuscitato la gloriosa ma fallita società calcistica (tecnicamente è stata necessaria una ibridazione bassanese, che i tifosi hanno subito rimosso), non occorre neanche che dica, come Don Giovanni nell’opera mozartiana: «non soffro opposizioni». Nessuno obietta niente: se c’è di mezzo il Lanerossi di Rosso, porte sempre aperte e passatoie di gala. Anche per fare le foto pubblicitarie con i calciatori che indossano slip targati Diesel al Teatro Olimpico, in Basilica palladiana, fra le colonne di palazzo Chiericati. Non cadremo nella trappola e non entreremo nel merito della qualità del prodotto. Il nostro è un discorso di metodo, di opportunità e semmai di trasparenza. Se il Giornale di Vicenza non avesse rivelato per primo che un certo giorno di fine ottobre i visitatori dell’Olimpico avevano assistito, probabilmente sconcertati, a un set fotografico con alcuni baldi giovanotti in slip sulla scena del teatro palladiano, nulla si sarebbe saputo fino al grande lancio del calendario, che sta iniziando in questi giorni.

Nell’articolo si raccontava di alcuni inevitabili passaggi fra assessorato alla cultura, ufficio del sindaco, Soprintendenza ai monumenti. Suggellati con l’assicurazione, da parte dei creativi di Rosso, che gli scatti all’Olimpico non sarebbero stati utilizzati, anche se il permesso della Soprintendenza c’era. Questo quotidiano on line aveva invece chiarito che il permesso non era mai stato chiesto e quindi non poteva essere stato concesso. Alla successiva richiesta di spiegazioni da parte della Soprintendenza ci risulta che il Comune abbia fornito una risposta congegnata in modo da escludere possibili competenze degli uffici ministeriali e/o una loro facoltà di intervento. In pratica: si è trattato di iniziativa promossa dal Comune (cioè dal proprietario dei beni monumentali), condotta con mezzi per i quali non c’era l’obbligo di fare riferimento al regolamento sull’uso dell’Olimpico (per restare a questo) né di richiedere un’autorizzazione alla Soprintendenza. L’uovo di Colombo. Anzi, di Renzo Rosso. E senza che il Comune di Vicenza avesse nulla da obiettare, almeno una foto scattata all’Olimpico – diversamente da quanto assicurato – è stata inserita nel calendario. Dato che questa è la versione ufficiale, ne consegue che le foto sulla scena palladiana (e magari anche tutte le altre) sono state realizzate quasi in maniera amatoriale, senza nessun apparato luci né altri supporti tecnici. Chissà, magari con uno smartphone. Chapeau.

Si torna quindi al punto iniziale. L’amministrazione comunale di Vicenza – guidata da un sindaco così tifoso che si è fatto tatuare sul braccio il simbolo della squadra – trova giusto e normale lasciare integrale via libera ai creativi di Rosso per un’iniziativa che offre forse una qualche forma di opinabile visibilità alla città, ma gliela offre in sintesi obbligata non tanto con la squadra di calcio locale, ma con un marchio commerciale che a questo punto la città dimostra di “sposare” senza che gliene venga alcun altro vantaggio. Come potrebbe essere quello economico che deriva dalla cessione dei diritti d’immagine relativi al patrimonio culturale e monumentale. (E naturalmente, ci asteniamo anche qui da ogni considerazione di merito sulle politiche di marketing accettabili da parte di un’amministrazione pubblica).

Quanto poi alla parziale natura benefica di tutto il progetto, essa riguarda – secondo quanto dichiarato – la montagna vicentina devastata dall’uragano di fine ottobre, ed è in collaborazione con il Comune di Asiago. Con tutto il rispetto e la solidarietà e la comprensione del disastro, ma il Comune di Vicenza non aveva progetti suoi (sociali, culturali, di inclusione, di solidarietà, di miglioramento dell’ambiente) a cui destinare la parte (non ancora chiarita) di proventi stabilita dal tycoon? Magari non tutta, per non sembrare insensibili verso Asiago. Una parte della parte, diciamo. Certo, bisognava discuterne con Rosso. E si può capire: se uno non soffre opposizioni, mica è facile.

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