«Il sovranismo può essere democratico e progressista. Ma la sinistra non lo capisce»

Il giornalista Fazi, coautore di un libro che analizza la perdita di sovranità dell’Italia che sfata i luoghi comuni sull’euro, lo spread, il debito pubblico: «a Bruxelles e Francoforte vogliono applicare anche a noi la “cura Grecia”»

Sovranità, sovranismo (secondo il Censis addirittura «psichico»), anti-europeismo: sono i termini correnti del dibattito politico, ai tempi del governo gialloverde e dello scontento verso questa Europa. Un fenomeno non solo italiano, ma ormai diffuso in tutto il continente: basti pensare alla Brexit inglese o alla rivolta dei gilet gialli in Francia. Sul significato di “popolo sovrano”, tuttavia, non c’é condivisione: leghisti e grillini lo vedono in chiave rivendicativa, in negativo rispetto al potere sovranazionale di Bruxelles e dei mercati finanziari, mentre i moderati del corrierista “partito del Pil” o la gauche di varia natura, comprese le frange radicali, lo considerano in sostanza uno strumentale e surretizio richiamo a forme di nazionalismo o addirittura di nuovo fascismo. Due studiosi appartenenti al campo di sinistra, il giornalista e saggista Thomas Fazi e l’economista Bill Mitchell, uno dei principali esponenti della teoria monetaria moderna, hanno voluto far chiarezza sul tema, sfornando un libro denso e rigoroso, prendendo una posizione ben precisa svelata fin dal titolo: “Sovranità o barbarie. Il ritorno della questione nazionale” (Meltemi, 2018), che riecheggia il motto della rivoluzionaria comunista Rosa Luxemburg, “socialismo o barbarie”.

Eppure, Fazi, la sovranità è oggi la bandiera dei sovranismi che, forse un po’ spicciativamente, vengono definiti di destra, anzi né più né meno che la riedizione dei vecchi nazionalismi. La sovranità è anche di sinistra? In che rapporto è con l’idea, da sempre democratica, dell’autodeterminazione dei popoli?
Il sovranismo altro non è un’impostazione analitica che pone al centro la necessità, nel contesto europeo attuale, di recuperare maggiori spazi di sovranità democratico-popolare e dunque di sovranità nazionale. Se per sovranità popolare intendiamo il diritto dei cittadini di determinare l’indirizzo politico ed economico di un paese tramite il processo elettorale, questo presuppone che i partiti eletti dai cittadini, una volta andati al potere, abbiano gli strumenti di politica economica per realizzare i programmi elettorali per i quali sono stati votati. In altre parole, la sovranità nello Stato, cioè nostra, dei cittadini, richiede la sovranità dello Stato.Il problema è che oggi questo nesso, in Europa, è stato reciso. Il risultato è che oggi continuiamo a far finta di vivere in democrazia, in cui i partiti politici si contendono le elezioni sulla base di programmi elettorali alternativi, quando in realtà sta diventando sempre più evidente che si tratta di una pantomima, giacché i partiti che escono vittoriosi dalle elezioni si ritrovano poi privi degli strumenti, finanziari in primis, per realizzare il loro programma elettorale e anzi sono costretti ad andare ad elemosinare le necessarie risorse finanziarie ai mercati finanziari o alla Bce. Si è insomma realizzato quello che aveva previsto nel lontano 1992 il grande economista britannico Wynne Godley: “Se un paese rinuncia a, o perde, il potere di emettere la propria moneta, di fare ricorso alla propria banca centrale, acquisisce lo status di ente locale o di colonia”. Da questa breve disamina si capisce quanto sia assurda l’idea che il “sovranismo” sia un’ideologia di destra. È a ben vedere il contrario del nativismo di partiti come la Lega che sono ben felici di rimanere all’interno dell’architettura della UE e della moneta unica, che gli permette di capitalizzare sull’euroscetticismo dilagante, dirottandolo verso categorie deboli come gli immigrati, senza però mettere in discussione le fondamenta del sistema.

Andando a ritroso nella storia d’Italia, quali sono gli snodi principali che hanno portato il nostro Paese a perdere la sovranità economica, finanziaria e monetaria?
L’Italia del dopoguerra è sempre stato, per molti versi, un paese a sovranità limitata, soprattutto in ambito militare e geopolitico (basti pensare alle centinaia di installazioni militari statunitensi tutt’ora presenti sul nostro territorio). Molti degli aspetti più problematici di tale processo erano già individuabili in nuce nelle primissime fasi del processo di integrazione, rintracciabili nella creazione del Consiglio d’Europa (1949), dell’Unione europea dei pagamenti (UEP; 1950), della CECA; della Comunità economica europea (CEE; 1957), della Politica agricola comune (PAC; 1962) e dell’unione doganale (1968). Possiamo dire almeno fino alla fine degli anni Settanta, però,l’Italia ha goduto di una relativa autonomia economica, a cui è imputabile anche la stagione di straordinaria crescita del paese. Il vero spartiacque in questo senso fu la creazione del sistema di cambi semifissi del Sistema monetario europeo (SME), nel 1979. Fu nientedimeno che che Giorgio Napolitano (in foto da Wikipedia), al tempo deputato del Pci, a spiegare come lo SME avrebbe costretto l’Italia ad “adottare drastiche politiche restrittive” col rischio di “veder ristagnare la produzione, gli investimenti e l’occupazione” (come è stato). Secondo la dichiarazione congiunta di diversi membri del PCI, la creazione di un potente vincolo esterno, nella forma del cambio semifisso, avrebbe spianato la strada a “misure drastiche di restaurazione sociale, attraverso l’attacco alla scala mobile, la riduzione dell’occupazione, il taglio della spesa pubblica. E dunque indotto una pericolosa svolta a destra”. E così è stato. Questa chiave interpretativa, cioè dell’integrazione economica europea come cavallo di Troia per neoliberalizzare le economie e le società europee, e italiana in particolare, è applicabile a tutte le successive fasi costituenti dell’Eurosistema: dal “divorzio” Bankitalia-Tesoro del 1981 all’Atto unico del 1986 fino al Trattato di Maastricht del 1992, che fissò i termini cui subordinare la fase finale dell’unione monetaria, dall’indipendenza assoluta della banca centrale europea dagli Stati nazionali, alla flessibilizzazione del lavoro, ai limiti al deficit e al debito pubblico (limiti successivamente inaspriti). Le conseguenze per l’Italia sono state particolarmente devastanti: basti pensare che per oltre trent’anni, fino alla fine degli anni Ottanta, l’Italia è stato il paese d’Europa con la più elevata crescita media, mentre dalla metà degli anni Novanta in poi è stato il paese che è cresciuto meno in assoluto. La realtà è che il programma di “riforme” associato all’adesione a Maastricht, a partire dallo smantellamento dell’apparato industriale pubblico, ha investito praticamente ogni aspetto dell’economia italiana, che fino a quel momento si era caratterizzata per la pervasività del controllo e dell’intervento pubblici, trasfigurandone radicalmente la natura, in un processo non dissimile dalle “terapie shock” imposte dal Fondo monetario e dalla Banca Mondiale ai paesi in via di sviluppo nel corso degli anni Ottanta e Novanta. Con l’aggravante che in Italia il grosso delle suddette “riforme è stato implementato da governi di centrosinistra, cioè dagli eredi del Pci.

Perché contestare l’euro e l’Ue è un tabù, sia nella destra liberale ma soprattutto a sinistra, compresa la sinistra cosiddetta radicale, fino all’evocazione dello spettro fascista?
La sinistra si convertì all’europeismo e al sovranazionalismo nel corso degli anni Settanta in quanto introiettò l’idea (in verità fallace) secondo cui la crescente internazionalizzazione economica e finanziaria di quegli anni, ciò che oggi chiamiamo globalizzazione, fosse un aspetto ineluttabile della “modernità”, piuttosto che essere il risultato di una precisa volontà politica, destinato inevitabilmente a erodere la sovranità economica dei singoli Stati e dunque la loro capacità di decidere in autonomia, ossia a prescindere dalla volontà dei mercati, le loro politiche economiche e sociali, costringendoli dunque ad abbandonare le politiche “keynesiane” che avevano caratterizzato il secondo dopoguerra fino a quel momento e che, tra mille contraddizioni, avevano permesso alle classi subalterne di ottenere un grado di rappresentanza politica ed economica senza precedenti nella storia. Così facendo la sinistra finì per legittimare ideologicamente e politicamente il neoliberismo come unica alternativa praticabile e, cosa ancor più grave in termini delle sue ricadute politiche, per avallare l’idea, soprattutto nel contesto europeo, secondo cui le nazioni non avessero altra scelta che abbandonare qualunque strategia economica nazionale e qualsiasi strumento tradizionale di intervento nell’economia a favore di forme di governance internazionale e/o sovranazionale.Ancora oggi l’orizzonte europeo viene considerato imprescindibile da buona parte della sinistra. La verità è che qualunque ipotesi di riformabilità in senso progressivo e democratizzabilità dell’Unione europea e dell’unione monetaria è del tutto illogica e irrealistica, oltre che inauspicabile: non si può democratizzare uno spazio che nasce e si sviluppa proprio all’insegna della desovranizzazione, della de-democratizzazione e della depoliticizzazione. Il livello europeo è strutturalmente postdemocratico e per questo irriformabile.

E’ vero che un suo crollo o un suo abbandono comporterebbe un salto nel buio dagli effetti catastrofici per risparmiatori, consumatori e lavoratori, oltre che per le imprese?
Scriveva Luciano Gallino (in foto da giuristidemocratici.it) poco prima della sua scomparsa: “l’unica strada per recuperare le sovranità perdute in tema di politiche economiche e sociali, oltre che monetarie, consiste nell’uscita dall’euro”. L’uscita dall’euro, dunque, rappresenta una condicio sine qua non – una condizione necessaria ma di per sé insufficiente – per il recupero della sovranità democratica e popolare. Ora, è indubbio che la transizione a una nuova valuta nazionale presenterebbe sfide tecniche ed economiche non indifferenti e comporterebbe costi significativi, soprattutto nel breve termine. Tuttavia, la nozione secondo cui questo comporterebbe inevitabilmente conseguenze catastrofiche è semplice allarmismo: esistono varie soluzioni per gestire e minimizzare l’impatto di una transizione dall’euro a una nuova valuta nazionale. In ultima analisi, le conseguenze complessive dipendono dal quadro economico che sottende l’uscita. Come sempre, il diavolo è nei dettagli. Più in generale, comunque, per certi paesi, inclusa l’Italia, la presente situazione è di una gravità tale che ci sentiamo di sottoscrivere quanto scritto da Gallino: “Il costo economico, politico e sociale delle sovranità perdute a causa dell’euro supera il costo di uscirne”.

Il debito pubblico e il differenziale di rendimento dei titoli di Stato italiani e tedeschi (spread) sono l’incubo della politica italiana, e il metro di misura con cui la vulgata dominante giudica le decisioni politiche. Quanto c’è di vero, di oggettivo, e quanto di politico, cioè passibile di essere cambiato dalla volontà dei governi?
Il punto da capire è che nella misura in cui oggi i mercati sono in grado di ingerire così pesantemente nei processi democratici dei paesi dell’unione monetaria per mezzo del famigerato “spread”, delle agenzie di rating, ecc., come in Italia sappiamo fin troppo bene, è unicamente dovuto al fatto che gli Stati hanno rinunciato al potere di emissione della moneta, sottomettendosi volontariamente alla “dittatura dei mercati”. Nei paesi che dispongono della sovranità monetaria, infatti, è la banca centrale a fissare il tasso di interesse, non i mercati, impegnandosi ad acquistare tutti gli eventuali titoli che dovessero rimanere invenduti al tasso di interesse fissato dalle autorità pubbliche. Basti pensare alla banca centrale giapponese, che ad onta di un rapporto debito/PIL del 250 per cento circa, continua ad impegnarsi a mantenere il tasso di interesse sui titoli di Stato nipponici allo zero per cento. Dal punto di vista tecnico, ovviamente, la BCE potrebbe fare lo stesso, facendo scendere a zero tutti gli spread dell’eurozona. Ma questo, oltre ad essere illegale in base alle regole attuali, che prevedono che la BCE possa intervenire arbitrariamente per calmierare gli interessi sui titoli di Stato di un certo paese solo se quest’ultimo accetta di sottoporsi a un programma di aggiustamento strutturale (leggasi austerità fiscale e riforme strutturali), sarebbe politicamente insostenibile. In questo senso, uno dei vantaggi principali di un’uscita dalla moneta unica consisterebbe, per un paese come l’Italia, oltre che nel recupero della potestà di monetizzazione della spesa, nel fatto di riprendere il controllo del proprio debito pubblico ridenominando il debito esistente ed emettendo il nuovo debito nella nuova valuta nazionale, il che ovviamente permetterebbe all’Italia anche di controllare anche il tasso di interesse, come facevamo prima del “divorzio”, quando pagavamo interessi più bassi di quelli che paghiamo oggi dentro l’euro.

È realistico pensare ad una riappropriazione di sovranità, non solo per l’Italia ma anche per gli altri Stati, nel breve-medio periodo? Come giudica l’indirizzo e l’operato del governo M5S-Lega in questo senso?
Io non ho particolare simpatia per questo governo ma accetto che questo è un governo democraticamente legittimato e dunque ho difeso la manovra dalle ingerenze dell’Europa, come credo non possa esimersi dal fare chiunque abbia a cuore la democrazia. Allo stesso tempo, però, c’è un elemento che mi preoccupa molto: cioè che ogni giorno passa cresce sempre di più l’impressione che il governo sia andato allo scontro con l’Europa senza avere un vero piano B, sulla base dell’illusione che “l’Italia non è la Grecia”, una frase che abbiamo sentito spesso in questi anni, cioè dell’idea che l’Italia in virtù del suo peso economico avrebbe avuto un margine di manovra più ampio di quello concesso alla Grecia. Gli eventi stanno dimostrando che le cose non stanno affatto così e anzi che proprio perché l’Italia è un paese così importante non gli si può permettere di sfidare esplicitamente le regole europee, perlomeno dal punto di vista retorico se non nella pratica. L’errore di fondo a mio avviso è pensare che l’alternativa sia tra tenere un paese nell’euro o cacciarlo dall’unione monetaria. Se così fosse effettivamente il margine di manovra dell’Italia sarebbe molto ampio, perché è condivisibile l’idea che gli altri paesi non abbiano interesse a precipitare una crisi così profonda che avrebbe ripercussioni pesanti su tutta l’Europa. Ma se c’è una cosa che l’esempio greco ha mostrato è che esiste una terza alternativa, che è quella di tenere il paese nell’euro ma di mettere il governo in carica sotto pressione tramite il sistema bancario. E le recenti dichiarazioni di Draghi sul fatto che la Bce non interverrà nel caso di una crisi del sistema bancario italiano fanno intendere che l’intenzione è quella di applicare la stessa strategia applicata in Grecia in Italia, cioè di strozzare il sistema finanziario per mettere pressione al governo. Tutto questo per dire che se veramente il governo ci ha portato allo scontro senza avere un piano B questo sarebbe molto grave, perché rischia realmente di spianare la strada alla troika.

A volte si sente equiparare l’Ue dominata dalla Germania ad una specie di Reich tedesco in forme pacifiche e finanziarie, ma si difende l’Unione perché metterebbe al riparo da guerre come quella scatenata da Hitler. Il nazismo però era “europeista” in quanto vedeva il continente come suo “spazio vitale” e sottometteva i popoli fino alla schiavitù fisica (si pensi agli slavi). Qui c’è “solo” il primato dell’industria manifatturiera nelle partite commerciali con le rivali, come l’italiana. Non è un paragone esagerato?
Come mostriamo nel libro, sarebbe ingenuo considerare la progressiva egemonizzazione tedesca dell’Europa cui abbiamo assistito negli ultimi vent’anni come il risultato “imprevisto” dell’architettura stessa dell’unione monetaria o, per questo, del “fondamentalismo economico” della Germania, per quanto il ruolo dell’ideologia non vada sottovalutato. Piuttosto, essa andrebbe vista come il frutto di una precisa strategia da parte delle élite politiche ed economiche tedesche, in linea con una vocazione imperialista che ha radici molto profonde nel paese e che potremmo definire “strutturalmente congenita” alla nazione tedesca fin dalla sua nascita. In questo senso, possiamo ipotizzare che esista un filo rosso che lega l’attuale fase di egemonizzazione continentale con i precedenti tentativi di egemonizzazione nel corso del XIX e XX secolo. Risulta quindi estremamente superficiale la narrazione ufficiale secondo cui l’euro sarebbe stato il pegno che la Germania accettò di pagare, suo malgrado, per la riunificazione tedesca. Se, da un lato, è senz’altro vero che l’ingresso della Germania nell’euro non godeva di un ampio consenso tra la popolazione tedesca, restia ad abbandonare l’amato marco – “ho agito come un dittatore”, avrebbe poi detto Helmut Kohl, cancelliere tedesco dal 1982 al 1998 (nella foto da Wikipedia, un monumento in suo onore) – è altresì vero che le élite tedesche, a partire dallo stesso Kohl, erano perfettamente consapevoli che l’euro, per come si è andato strutturando fin dai suoi albori, anche per merito delle pressioni tedesche, sarebbe stato totalmente funzionale agli interessi del capitalismo tedesco. I responsabili della politica economica tedesca sapevano bene che c’era un solo modo per evitare un apprezzamento certo del marco e soddisfare così le esigenze della propria industria dell’export: ingabbiare il resto dell’Europa nella stessa area valutaria. A dispetto della retorica ufficiale di Kohl e degli altri dirigenti tedeschi dell’epoca, possiamo dunque concludere che per le élite tedesche l’ingresso nell’Unione europea e nell’euro non avesse lo scopo di “europeizzare la Germania” quanto quello, già tentato altre volte nella storia, di “germanizzare l’Europa”. Da questo si evince quanto sia ingannevole la dicotomia spesso sollevata nel dibattito pubblico tra “nazionalismo” ed “europeismo”. Le due cose, spesso e volentieri, vanno a braccetto. Nel caso della Germania, per esempio, l’europeismo è stato proprio il dispositivo ideologico che ha permesso al paese di perseguire una strategia squisitamente nazionalista e di creare quel “nuovo ordine europeo” teorizzato dai tedeschi negli anni Trenta e Quaranta (e trattato in dettaglio nel libro), nella misura in cui ha permesso alle élite tedesche di celare il loro progetto egemonico dietro il velo dell’“integrazione europea”.

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