Prose da “Bar”, l’eccellenza di Novellini

La sua opera prima è un trattato narrativo. Ma chissà come se la caverebbe con un romanzo

Assurdi personaggi quelli come noi del sottobosco delle Lettere. Gente narcisa e ambiziosa, compiaciuta della propria irrilevanza. Francamente, molti non si meritano niente di più e pochissimi possono davvero maledire una sorte avversa. Non che il bosco sia meglio, a dirla tutta, essendo popolato di alberi che stanno in piedi spesso unicamente grazie al puntello del partito, dell’aggancio e della spintarella. Insomma, nove volte su dieci, chi vive con la penna in mano è un individuo peggiore degli altri, che si crede stocazzo del tutto immotivatamente. In tale osceno carnaio, non ho potuto fare a meno di notare questo folle individuo che risponde al nome di Donato Novellini. Di lui temo di sapere ben poco – e solo grazie ai social –, se non che vive immerso in una monumentale collezione di vinili e libri, ed è dotato di una prosa di tutto riguardo, briosa e desueta al punto giusto, tanto da non passare inosservata. Sicché non poteva che incuriosirmi la sua opera prima, “Bar“, uscita per Giometti & Antonello Edizioni.

Dell’autore avevo letto solo prose brevi, in particolare recensioni musicali e letterarie, spesso e volentieri non tanto perché attirato dal disco o dal libro di volta in volta preso in esame, ma proprio per abbandonarmi al ritmo che Novellini sa imprimere alla successione delle parole. Anche in “Bar” ho ritrovato quel gusto per la forma breve, il bozzetto, lo schizzo estemporaneo, la propensione, in due parole, a non tirarla per le lunghe. Sì, ma di che parla sto libro direte voi. Ho sentito definirlo come “raccolta di racconti”, ma in realtà si tratta più che altro di un trattato narrativo che analizza e sviscera, da un punto di vista endogeno, l’antropologia che gira intorno ai locali dove si va a bere, i bar per l’appunto. Il tutto però, malgrado la costanza della prima persona singolare, a mezzo di ritratti brevi come un caffè preso al volo, o una mezza birra appena usciti dal lavoro.

Palesemente, Novellini non parla per sentito dire. Non per niente, come scrive a un certo punto o fa dire a un suo personaggio, ôsono un traditore seriale di bar», nel senso che proprio deve averli visitati tutti quelli sparsi per lo Stivale, lasciandoci interi patrimoni nel disperato tentativo di far girare il Pil italiano e la sua testa ebbra. L’umanità che incontra, dalla stazione all’autostrada, passando per il caffè di fronte alla chiesa di paese, come potrete immaginare, è della più varia e avariata, ma lui sa descriverla divinamente e con una stramba forma di empatia cinica e, al contempo, lirica. Novellini è uno che sa identificare i tipi umani – il suo per primo –, cogliere ciò che passa inosservato, catalogare battute e nevrosi come il più sistematico entomologo prestato alla prosa poetica. Ma, a ogni buon conto, poco importa di cosa parli il nostro autore. Potrebbe pure non fregarvene un accidente dei bar. Novellini lo si potrebbe leggere anche solo, proprio come dicevo prima, per quel particolare modo in cui unicamente lui sa dire certe cose.

La forma in questo autore si accompagna a della sostanza, ma già essa di per sé spicca a prescindere dal resto. Se descrivesse stanze, animali pericolosi, o piani per la raccolta differenziata, sono certo che lo farebbe in modo altrettanto inconfondibile. Aprite a caso, per esempio a pagina 47: «la tangenziale è una lunga lingua di calcestruzzo, avida, vorace di automezzi e panorami, messa giù da marziani cubo-futuristi grazie a certe betoniere siderali». Signori, qui c’è il guizzo sapiente della penna, l’equilibrio perfetto delle parole e l’abilità di farsele passare tra le mani come le palline per un giocoliere. Anche il tono, che pure potrebbe genericamente apparire “alto” è piuttosto a metà tra il serio e il faceto, tra il canto e la parodia. Ma dopo tanto sviolinare, tiriamogli almeno una mazzata. Quella del nostro autore è un’opera prima e come tale va giudicata. Di certo non si può parlare di un timido ingresso nel mondo della letteratura, vista la sapienza stilistica, ma non si può neppure catalogare “Bar” come l’opera definitiva. Questo è un divertissement interessante e piacevole, una lettura certo migliore di Francesco Piccolo o Paolo di Paolo, ma a Novellini bisogna chiedere di più – ed è lì che lo voglio vedere.

Vorrei capire come se la caverebbe con una struttura narrativa più ampia, un romanzo ad esempio, o anche veri e propri racconti con personaggi diversi dal proprio sé, che non siano altre parti del proprio io o complici sotto mentite spoglie. Ciò per capire se Novellini è realmente uno scrittore, o solo uno che sa scrivere divinamente. Può sembrare una battuta al limite del paradosso, ma la differenza c’è –  eccome. Data, comunque, la forza di questa prima prova, io resto seduto qui al bar a bere, in trepidante attesa.

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