La vera emergenza sicurezza? Quella sul lavoro. Veneto maglia nera

Nella Regione dello scandalo Pfas condizioni dei lavoratori sempre meno tutelate e Spisal sono sottorganico. E dalla giunta Zaia solo chiacchiere

Non bastava la precarietà (l’ultimo dato è che solo il 18% dei nuovi assunti nelle aziende venete con meno di 15 dipendenti ha un contratto a tempo indeterminato): lavorare nella nostra regione è sempre più rischioso. A certificarlo è una ricerca pubblicata dall’Inail qualche giorno fa. Il Veneto è maglia nera d’Italia, con un incremento del 33% dei morti sul lavoro rispetto al 2017. Un numero un po’ freddo, che inizia a diventare più concreto quando pensiamo alle sessantaquattro persone uscite di casa per andare a lavorare e mai più ritornate: sessantaquattro storie fra loro differenti, ma tutte simile nel dolore per delle morti assurde che non sarebbero mai dovute accadere.

In Veneto aumentano anche gli infortuni sul lavoro. Fra 2017 e 2018 si è avuto un incremento del 2,13% (contro lo 0,3% a livello nazionale): stiamo parlando di ben 63755 incidenti avvenuti nel 2018. Lavorare diventa sempre più pericoloso, e non si tratta di una fatalità. Questi dati sono infatti il frutto del progressivo allentamento dei controlli da parte dello Stato, che ha lasciato spazio a condizioni lavorative sempre meno tutelate. Gli Spisal delle Ulss e gli Ispettorati del lavoro vivono in un perenne stato di sottofinanziamento e sottorganico. E dire che investire sulla sicurezza sul lavoro significa anche meno costi per il sistema sanitario nazionale. Invece la politica guarda altrove.

La regione Veneto nel luglio 2018 ha firmato un protocollo di intesa impegnandosi ad assumere 30 nuovi tecnici Spisal: una promessa ad oggi non mantenuta, nonostante l’urgenza del problema e il bollettino quotidiano di incidenti e morti sul lavoro. Calano così anche i reati contestati alle imprese: uno studio dell’osservatorio 231 ha recentemente ricordato come in Veneto dal 2012 al 2016 i procedimenti a carico delle imprese siano crollati da 57 a 23. Considerato che la gran parte di questi procedimenti (76%) riguardano proprio la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, è evidente come nella nostra regione si sia implicitamente deciso di chiudere più di un occhio su questi temi.

La sicurezza sui luoghi di lavoro non interessa d’altro canto solo i lavoratori e i loro cari. I luoghi di lavoro poco sicuri per i lavoratori lo sono spesso anche per le comunità che ci abitano attorno. La vicenda pfas ci ricorda anche di questo risvolto: i livelli di pfas rilevati nel sangue dei dipendenti della Miteni di Trissino sono i più alti del mondo (60 mila nanogrammi per grammo di sangue in media contro un livello “normale” di 3-4 nanogrammi). Studiando 415 dipendenti ed ex-dipendenti dell’azienda di Trissino, il Servizio epidemiologico regionale ha rilevato una mortalità più alta del 50% rispetto al previsto: ben 79 decessi.

Insomma, la sicurezza dei posti di lavoro è un’emergenza vera nella nostra regione e riguarda tutti, indipendentemente dalle attività svolte durante la giornata lavorativa. Ai politici bisogna richiedere un vero impegno che vada al di là delle chiacchiere a cui – purtroppo – la giunta Zaia ci ha abituato. Gli imprenditori devono invece iniziare ad assumersi le proprie responsabilità e, soprattutto, smettere di pensare di competere nel mercato globale sulla pelle dei propri dipendenti. E a noi che viviamo del nostro lavoro spetta invece aumentare la soglia di attenzione su questi temi: perché fra mancanze della politica e insensibilità imprenditoriale, noi stessi – uniti, solidati e forti – siamo la più grande protezione che possiamo avere.

(ph: shutterstock)

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