L’Anita Ekberg di Moscè: tutta un’altra storia

Il romanzo sugli ultimi giorni della diva de “La dolce vita” dimostra che le biografie non devono ridursi a un mero elenco di date

Cosa vuol dire raccontare? Si tratta semplicemente di riferire ciò che è stato? Con buona pace di tutta la prosopopea neorealista oggi tanto alla moda, «non esistono fatti, solo interpretazioni» per dirla con Nietzsche. Ogni racconto, insomma, per quanto accurato, è narrazione, punto di vista, scelta personale. Ciò è diventato ancora più chiaro dacché siamo entrati nella cosiddetta postmodernità. La possibilità di una trasposizione obiettiva dell’esistente si è completamente smarrita, in favore del proliferare di una coralità dissonante di voci.
Ma cosa comporta questo per la letteratura? Da molto tempo, grazie al cielo, in tale ambito era venuta meno la convinzione di poter fornire istantanee di incontestabile valore documentaristico. La filosofia a sua volta è successivamente giunta alla stessa convinzione, come sempre in ritardo e limitandosi a prendere atto di un orientamento già in corso – in tal senso essa è, citando Hegel, proprio come la nottola di Minerva che comincia a volare a sera, quando la giornata è bella che conclusa.

Ci si potrebbe domandare a questo punto se, per esempio, per raccontare la vita di una qualche personalità, sia effettivamente necessario ricorrere al genere della biografia, o se non sia piuttosto preferibile propendere per la fiction. Comprensibilmente un tale quesito potrebbe risultare inutilmente provocatorio, quasi una sciocca posa intellettuale. In verità, la domanda ha un suo non trascurabile fondamento. Basti rispolverare la Poetica di Aristotele, lì dove lo Stagirita dice che «compito del poeta non è dire ciò che è avvenuto ma ciò che potrebbe avvenire, vale a dire ciò che è possibile secondo verosimiglianza o necessità. Lo storico e il poeta non differiscono tra loro per il fatto di esprimersi in versi o in prosa […] ma differiscono in quanto uno dice le cose accadute e l’altro quelle che potrebbero accadere. Per questo motivo la poesia è più filosofica e più seria della storia, perché la poesia si occupa piuttosto dell’universale, mentre la storia racconta i particolari».

Se alla parola “poeta” sostituite quella di “romanziere” – ai tempi di Aristotele non esisteva il romanzo come lo intendiamo noi oggi –, tutto diventerà improvvisamente più chiaro: se si vuole dare un più vasto respiro teorico al proprio scrivere, un romanzo sulla vita di un determinato personaggio sarà certo più pregnante di una semplice biografia. Perlomeno ciò sembra essere l’assunto alla base dell’opera in prosa di Alessandro Moscè, Gli ultimi giorni di Anita Ekberg, MelvilleEdizioni 2018. Qui il poeta e giornalista si cala tra le circonvoluzioni della mente di una delle donne che maggiormente ha fatto sognare gli italiani, in particolare con la famosa scena nella Fontana di Trevi di “La dolce vita” – quasi una compenetrazione tra opere d’arte, la donna e l’architettura. La Ekberg con cui entriamo in contatto nella narrazione però è ormai una diva in disarmo, invecchiata e povera, che abita in una casa di riposo a Rocca di Papa. Nel romanzo la seguiamo fino alla sua ultima degenza in ospedale e, da lì, alla morte.

Con sapienza psicologica e senza alcuna invadenza didascalica, Moscè usa l’immaginazione, impastandola con elementi storici, per dare una voce realistica alla nota attrice. Ne viene fuori un percorso poeticamente ondivago come la memoria tra il passato e il presente, una riflessione sulla vecchiaia e la decadenza, sui cambiamenti del nostro paese visti attraverso gli occhi dell’estranea che più di tutti ci ha rappresentati. Naturalmente la morte di Anita diviene l’emblema della fine di un’epoca, la storia di una promessa di grandezza mancata: come l’Italia del boom economico ha creato delle aspettative alle quali non è poi riuscita a essere all’altezza, così la bellezza della svedese non è stata per lei garanzia di felicità tra mesti matrimoni e ricchezze svanite. “Gli ultimi giorni di Anita Ekberg” dimostra, insomma, come la storia sia sempre in parte un’invenzione in cui la datità si intreccia con il plausibile, una soluzione in cui verità e falsità assumono i connotati ambigui del verosimile. Al contempo, ci appare chiaro come una biografia che voglia dirsi tale non potrà mai ridursi a mero elenco di date, ma dovrà attingere allo stesso inchiostro dell’elemento poetico, la fantasia.