Tav, Salvini cambi la pessima legge Delrio. Altro che referendum

Il nuovo Codice Appalti permette alle imprese di nominarsi i controllori. E così aumentano i costi. E il rischio corruzione

Il “partito del Pil” si risveglia dopo due decenni di crescita media pari a poco più di un quarto di punto (0,28% ) annuo, e vuole rilanciare la crescita con le opere “prioritarie”, a iniziare dal Tav. Peccato non abbia mai detto nulla quando nella ultima legislatura il debito è aumentato di 535 miliardi di euro, mentre le Grandi Opere valgono 120 miliardi. Gazzettieri ed esperti a pagamento non sono interessati ad alcuna valutazione né tanto meno si preoccupano di cosa sgnifichi cementificare al tempo dei cambiamenti climatici. Avendo poi il ventre tronfio, se ne fregano delle politiche di aggiustamento del bilancio pubblico, come del fatto che la spesa sanitaria pubblica sia arrivata al 6,6% del Pil con 25 miliardi di tagli dal 2010, come certifica la Corte dei Conti.

Salvini parla di referendum sul Tav? Sarebbe sufficiente cambiare quel fallimento prodotto dall’ex ministro delle infrastrutture Graziano Delrio (Pd) con il nuovo Codice Appalti. Oltre a modifiche e correttivi del testo, dopo due anni dalla pubblicazione si attendono ancora una quarantina di decreti attuativi. Invece della boiata del referendum, il ministro dell’Iterno si impegnasse a fare quattro cose: 1) modifica della norma secondo cui il contraente nomina il direttore dei lavori: nei grandi appalti pubblici è l’esecutore dell’opera che si nomina da solo il direttore dei lavori, cioè il suo controllore, ed è questa è la causa primaria dell’aumento dei costi delle grandi opere (Fu lo stesso presidente del consiglio di amministrazione di Italferr a proporre tre anni fa, bontà sua, di «togliere dalla legge obiettivo il fatto che il general contractor possa nominarsi il direttore dei lavori»); 2) la questione delle “riserve”, ovvero contestazioni sulle maggiori spese eventualmente sostenute dal privato, che può fermare i lavori riservandosi, appunto, di chiedere un adeguamento dei costi; 3) il cosiddetto “accordo bonario”, un modo di accordarsi come si fosse tra amici, per superare la questione dei costi; 4) la cosiddetta “partecipazione” dei cittadini, dove in realtà il coordinatore viene selezionato da chi esegue l’opera.

Altro che referendum – non si sa poi se provinciale o regionale. Salvini dovrebbe partire da qui, contro l’esplosione dei costi e il pericolo di corruzione e infiltrazioni mafiose. E dovrebbero leggere, lui e il ministro Toninelli, la graduatoria del World Forum Economic, che vede l’Italia con un punteggio di 4,08 punti, collocata al diciottesimo posto per la qualità del servizio ferroviario contro una media europea di 4,30 punti. Ecco, esiste il recupero funzionale e qualitativo dell’esistente, invece delle opere classificate dal legislatore prima strategiche e ora prioritarie senza alcun criterio, né normativo, né tecnico e né economico.

(ph: MikeDotta – Shutterstock)