BpVi, chicche dagli interrogatori: i consiglieri “a loro insaputa”

Nel vertice della banca fallita sedevano tecnici super-preparati (Monorchio) e altri molto meno (Miranda). Risultato? Identico: nessuno si é accorgeva di nulla

Fu il consigliere d’amministrazione della Banca Popolare di Vicenza nel tramonto dell’era Zonin che si dimise dopo Samuele Sorato: Franco Miranda, ex presidente di Confartigianato berica, considerato ai tempi uno zoniniano di provata fede, lasciò il suo post nel board il 13 maggio 2015. Ad un passo dal cataclisma che di lì a poco si abbatté sull’istituto poi collassato e fallito. Indagato anche con lui con il resto degli ex vertici, nel processo penale in corso lui non c’è: i magistrati non hanno ritenuto di dover rinviarlo a giudizio. E’ possibile tuttavia leggere il suo interrogatorio da un verbale della Procura di Vicenza.

Le accuse che i pm addebitavano erano: notizie false ed artifizi idonei a provocare sensibili alterazioni del prezzo delle azioni, ripetuta concessione ed erogazione di finanziamenti a favore di terzi in difetto dei presupposti richiesti, omessa iscrizione, al passivo dei bilanci sociali 2012, 2013 e 2014, pari all’importo  di una riserva indisponibile pari all’importo complessivo dei finanziamenti; avere assunto, per conto della banca, l’impegno a favore di vari soci di riacquistare azioni da costoro detenute per un controvalore di 300 milioni; avere diffuso notizie false sull’entità del patrimonio di vigilanza, mediante comunicazioni al pubblico e comunicati stampa con mendaci indicazioni sul loro ammontare. Ci sono poi, ostacoli alla vigilanza ispettiva della Banca d’Italia, ostacoli nel trasmettere documenti alla suddetta vigilanza, false informative sui requisiti patrimoniali di vigilanza e operazioni di aumento di capitale, azioni esecutive del medesimo disegno criminoso nei prospetti richiesti per l’offerta al pubblico di azioni di nuova emissione e di obbligazioni convertibili relative all’aumento di capitale anni 2013 e 2014, sempre con l’intento di ingannare i destinatari dei prospetti medesimi e così via.

Miranda, assistito dal difensore di fiducia Ambrosetti (legale anche di Zonin), nel giugno del 2017 chiedeva di rispondere spontaneamente alle domande del pm, presentando un curriculum vitae allegato agli atti. Il nostro fu per 35 anni presidente comunale di AssoArtigiani, per quindici anni presidente provinciale della stessa e per quattordici in Consiglio Regionale e per altri 12 in Consiglio nazionale, in Consiglio della Camera di Commercio, vicepresidente della Fiera vicentina, consigliere di “Vicenza Qualità”, di Magazzini generali, nel cda della Banca Popolare Udinese, della Banca Popolare di Castelfranco, della Banca Piva di Valdobbiadene, della Banca Cariprato e, per quasi vent’anni nel board della Popolare di Vicenza. Finisce, infine, con il cda dell’Immobiliare Stampa.

Durante l’interrogatorio il Miranda si dichiarava pensionato, nullatenente e di soli studi di avviamento professionale. Un po’ scherzando e un po’ no, verrebbe da dire che forse era meglio non presentare il curriculum di cui sopra, con la speranza, pur tenue, che i pm non se ne accorgessero. Tutti quegli incarichi per decine di anni devono avergli permesso notevoli risparmi. Solo con la remunerazione in Consiglio della Popolare, si arrivava, negli ultimi anni, a cifre di livello alto. Anche meritato? Giudichi il lettore.

C’é poi la stranezza di avere scelto lo stesso avvocato di Zonin. A parte il fatto che un “povero” pensionato difficilmente si sarebbe potuto  permettere un principe del foro come Ambrosetti, è singolare che Miranda dica che i suoi studi non gli permettevano di seguire bene le questioni bancarie dell’istituto, che si limitava a ricevere la cartellina con gli ordini del giorno per le riunioni del Consiglio, che la teneva ordinatamente  in grembo limitandosi a leggere i titoli degli argomenti. Così si legge nell’interrogatorio.

Ironie a parte, si presume che la sua tattica sia quella di dire che ascoltava, capiva quello che poteva e poi votava secondo  “coscienza” (parlare di scienza sembra esagerato). Fosse vero quello che vorrebbe far passare, sarebbe lecito chiedersi chi lo abbia chiamato a tutte quelle cariche bancarie e perché lo abbia fatto. E’ noto come lui sia stato, appunto,  cooptato da Zonin, che amava circondarsi di persone non particolarmente tendenti a contraddirlo. Allora, pensando al comune avvocato, non occorre tanta malizia per ipotizzare che il nostro consigliere, vista la sua preparazione, si sarà fidato di quanto gli riferiva la dirigenza, e questa non avrà avuto certo le sembianze di Zonin, ma quelle del direttore generale Sorato.

La questione di fondo é la seguente: un consiglio di amministrazione che avrebbe dovuto radunare professionalità e curricula di profilo tecnico-bancario, e anche di settori non specialistici ma comunque previsti in una banca, era invece caratterizzato, in alcuni soggetti, da logiche che sembrano più relazionali, o di potere. E la competenza? Che roba è? In quel consesso, sempre cooptato da Zonin, c’era tuttavia un fior di tecnico: l’ex ragioniere generale dello Stato, Andrea Monorchio. Che non si è distinto, almeno pubblicamente, per essere intervenuto tempestivamente in modo da scongiurare il crollo.

E allora? Preparati e impreparati, il risultato è stato lo stesso. Nessuno parlava. Ignorantia non excusat: vale per la conoscenza delle leggi dello Stato, dovrebbe valere anche nel privato. O secondo voi era sufficiente mettersi l’animo in pace dicendo e dicendosi “mi fido della dirigenza”? Rispondetevi da soli.