“Colpi di scena”, così il ’48 a Venezia ci spiega i gilet gialli

Il libro di Brunello sottolinea l’importanza del popolo negli eventi storici

Le immagini dei gilet gialli hanno colpito l’opinione pubblica occidentale per una ragione fondamentale: il primo dicembre la capitale francese è stata per qualche ora in mano ai manifestanti, mentre il governo faticava a riprendere in mano la situazione. A Parigi il primo settembre si è verificato un vuoto di potere come pochi se ne sono visti in Europa negli ultimi settant’anni. Anche per l’attualità della cronaca politica è interessante oggi ritornare su un evento sicuramente lontano nel tempo, ma che qualcosa ci dice anche della nostra storia popolare: le rivoluzioni del 1848. L’occasione la fornisce l’ultima fatica dello storico Piero Brunello, che nel suo “Colpi di scena” (Cierre, 2018) condensa i frutti di una ricerca lunga quarant’anni sulla rivoluzione del 1848 a Venezia.

In più di quattrocento pagine Brunello ricostruisce i tratti di quel tornante storico con una grande ricchezza di differenti fonti e punti di vista: da una parte attraverso un innovativo racconto degli eventi che agitarono Venezia fra il 17 e il 22 marzo 1848; dall’altra con un’analisi dei cambiamenti e delle continuità della rivoluzione in tre fondamentali poli tematici: la polizia, la “costruzione” dello straniero e i ruoli di genere. Soprattutto nella prima parte del volume, l’autore dimostra come il popolo abbia giocato un ruolo fondamentale negli avvenimenti rivoluzionari: fu una folla composita a liberare Manin e Tommaseo il 17 marzo, aprendo la crisi del controllo asburgico sulla città; il 18 marzo fu poi la sanguinosa repressione di un assemblamento popolare a spingere il governo a concedere la costituzione della Guardia Civica presto diventata arma dei patrioti; e infine le maestranze operaie e artigiane furono centrali nella presa dell’Arsenale avvenuta fra il 21 e 22 marzo, causando il passaggio di potere alle nuove istituzioni rivoluzionarie.

Accanto al (quasi, si potrebbe dire, “al di sopra” del) popolo in rivolta si muove poi la borghesia patriottica, che da subito prende le redini politiche del movimento, senza però mancare ai suoi obiettivi ultimi: la salvaguardia dell’ordine pubblico e della proprietà privata. Sono in questo senso illuminanti le pagine di Brunello sulle sostanziali continuità degli organi di polizia, contro le quali si era scagliata la rabbia (e anche la violenza) popolare durante le “giornate” del marzo 1848. La guida politica di Manin garantisce così che il cambiamento politico avvenga senza trasporsi sul piano sociale: rivoluzione nazionale sì, ma senza rivoluzione sociale. “Colpi di scena” ci ricorda insomma che la storia non la fanno solo i “grandi uomini”, le classi dirigenti e gli intellettuali: un monito doppiamente importante considerata la contro-storia del Risorgimento che sempre più ha convinto l’opinione pubblica che l’unità d’Italia sia il frutto di una mera imposizione dall’alto.

(Nell’immagine Daniele Manin e Niccolò Tommaseo durante la repubblica di San Marco, ph: Wikipedia)