Pittura veneziana del ‘700: le mostre di Vicenza e Mosca a confronto

“Il trionfo del colore” vanta capolavori sia al Chiericati che al Pushkin. Ma una sola delle due esposizioni dà un quadro d’insieme

Oltre a qualche scultura e disegno, sono 50 le pitture della mostra “Il trionfo del colore” arrivata al Chiericati di Vicenza dal Pushkin di Mosca, ugualmente ripartite tra le due istituzioni museali. Ma se uguale è il peso artistico dei capolavori messi in campo da entrambe, la bilancia pende dalla parte del Pushkin per le opere che costituiscono il quadro d’insieme. Raggruppate per tema in sale distinte, non è facile riconoscere, nell’angustia degli spazi espositivi, le peculiarità stilistiche dei singoli autori e coglierne la portata del messaggio. Vicenza può vantare due grandiose pale d’altare che si fronteggiavano un tempo nella chiesa di Santa Maria dell’Araceli: l’Immacolata Concezione di Giambattista Tiepolo e l’Estasi di San Francesco di Giambattista Piazzetta. Mosca può esibire altri due straordinari dipinti: la Madonna con i Santi Ludovico di Tolosa, Antonio di Padova e Francesco d’Assisi di Giambattista Tiepolo – esposta alle Gallerie d’Italia di Palazzo Leoni Montanari – e la Morte di Sofonisba di Giovanni Battista Pittoni.

Eseguite nella prima metà del Settecento, queste opere rivelano un aggiornamento del linguaggio pittorico sulla linea della grande tradizione veneta. Nei temi consueti del sacro e del profano, pongono al centro della rappresentazione la figura del culto cristiano o della mitologia classica, conferendo ad essa particolare imponenza nella ripresa a grandezza naturale. Sono il paradigma di un fare pittorico che esclude, a partire dal manierismo cinquecentesco, ogni tipo di ambientazione. “Il sacro di un secolo” è costituito di quadri di piccole e medie dimensioni, ma di grande intensità pittorica, di Giandomenico Tiepolo, Sebastiano Ricci, Francesco Fontebasso, Francesco Zugno, Gaspare Diziani, Jacopo Amigoni, Giovanni Battista Crosato. Sull’impulso dei grandi maestri, questi artisti diedero una spinta decisiva al rinnovamento della pittura lagunare, attivi anche nella decorazione ad affresco presso alcune corti italiane ed europee. Stipati in un’unica saletta riservata al Pushkin, non è semplice per il visitatore concentrarsi sulla pluralità delle voci che interpretano i gusti diversi di una società mai prima di allora aperta alle nuove frontiere. Curiosa è la Santa Lucia di Francesco Zugno, tanto vicina all’apprendistato tiepolesco da recare la firma apocrifa del grande maestro.

“La riscossa della pittura veneta” è individuata dai curatori nel tema del paesaggio, della veduta, del capriccio e della prospettiva, fusi insieme nella maestosa “Prospettiva di rovine con figure” di Marco e Sebastiano Ricci e nel Paesaggio con arco trionfale e monumento equestre di Luca Carlevarijs. Di minore intensità cromatica sono i tre paesaggi con soggetto biblico di Francesco Aviani. “Tra virtuosismo e melodramma” si muovono le figure del mito antico nelle tre magnifiche tele di Giovanni Battista Pittoni (Morte di Sofonisba, Danae e le Ninfe, Olindo e Sofronia) e quelle delle virtù settecentesche nella luminosissima tela per soffitto di Giambattista Tiepolo (“La verità svelata dal tempo“). Accanto, tre opere di Louis Dorigny, pittore del Re di Francia che affrescò a Vienna il Palazzo d’Inverno del Principe Eugenio di Savoia, e, giunto in Italia, gareggiò con i soffitti del Tiepolo a Venezia (palazzo Widman, chiesa degli Scalzi), a Vicenza (palazzo Leoni Montanari, Repetta e Rotonda del Palladio), a Verona (palazzo Orti Manara, Cappella dei Notari, villa Allegri Arvedi), nel duomo di Trento e di Udine.

In “Metamorfosi dell’immagine”, “La morte di Didone” di Giambattista Tiepolo e Alessandro Magno vicino al corpo di Dario re di Persia di Giannantonio Guardi certificano il disfarsi della figura nella pennellata intrisa di luce, mentre in “Allegorie e ironie” pitture, sculture e acqueforti rivelano il gusto per il grottesco e il caricaturale.
Si arriva così alla spettacolare messa in scena di “Venezia e il mito della sua immagine”. 11 splendide tele del Pushkin celebrano con un colpo d’occhio sensazionale il trionfo del colore, a conclusione d’un percorso tortuoso e accidentato. Si capisce finalmente qui l’eccezionalità di un prestito destinato purtroppo ad essere ammirato da pochi visitatori. Il vedutismo veneziano, conosciuto in tutta Europa per il prestigio di artisti attivi a Londra, Vienna, Praga, Varsavia, Dresda, San Pietroburgo, si affaccia per la prima volta a Vicenza. Di Bernardo Bellotto sono le superbe vedute del Castello di Koeningstein, di Prina con la Fortezza di Sonnenstein, del Vecchio mercato di Dresda. Di Antonio Canaletto, le vivide Vedute della Laguna e lo scintillante Bucintoro all’approdo di Palazzo Ducale, che meriterebbe da solo una visita. In una visione luminosa, gaia, viva, trasparente vi è tutta la Venezia con le sue magnificenze, un modello, pur realizzato nel passato, di potenza marinara e commerciale.

Il discrimine che segna la differenza tra Canaletto e Bellotto è quello della luce, ed è forse l’aspetto più evidente della mostra. «Non si tratta che l’uno ricerchi una mimesis naturalistica legata al fluire del tempo, e l’altro no. La luce del Canaletto è chiara e smaltata di sole, la luce di Bellotto rivela con impietosa chiarezza ogni minimo dettaglio» (A. Mariuz). Di Michele Marieschi vi è la “Veduta del Canal Grande” con le fondamenta del Vin, di Francesco Guardi una frizzante Veduta della Piazzetta e due Vedute architettoniche. La Venezia di Guardi, tra il gusto dell’attimo fuggente e il tocco guizzante dell’improvvisazione, rappresenta l’ultima propaggine del gusto rococò. Con l’opera di Giuseppe Zais l’immagine del reale sfuma nell’idillio e nella pastorelleria. È la fine della Dominante.