Autonomia, i parlamentari veneti diano ultimatum a Salvini e Di Maio

Anche al Sud servirebbe una migliore gestione del bilancio statale e uno stop all’assistenzialismo. La Lega non basta

L’approvazione della legge di bilancio 2019 ha vanificato le illusioni: il “cambiamento” cui questo governo si richiama sembra essere soltanto quello dei beneficiari di consuete misure redistributive all’italiana. Nessun tentativo di intervento strutturale, nemmeno in forma di dibattito. Lo scenario è sconfortante. L’Italia sembra ancora una volta ridotta alla contrapposizione di due fazioni, più simili a tifoserie. La prima, convinta apoditticamente della necessità di applicare le ricette di un’Europa disegnata sull’ideologia unionista che sempre più perde pezzi e consenso, è una tifoseria incapace di spiegare non solo perché mai dovrebbe funzionare tale irrealistico progetto, ma altresì di spiegare con quali numeri potrebbe sostenere quelle impopolari politiche in parlamento o, oramai, in piazza. La seconda tifoseria, inevitabile prodotto del fallimento delle politiche della prima, sembra convinta dell’esatto opposto, cioè che tutti i mali della Repubblica vengano da Bruxelles e dalle sue “politiche di austerità”, e che l’Italia sia un Paradiso terrestre pronto a fiorire solo che la sovranità e la zecca ritornino sui sette colli.

Non ci sarebbe da preoccuparsi di questa ennesima lotta di fazioni in attesa di una decisione dello straniero, non fosse che il Bel Paese sta inesorabilmente scivolando, come una michelangiolesca “lapedicina”, verso le periferie del continente africano. Dal 2011 la Repubblica non è più in grado di procurarsi sul mercato con il proprio merito la fiducia necessaria al mantenimento del proprio monstre debito pubblico, oltretutto in continua crescita, ed è al termine quella scellerata gestione Draghi che, a dispetto della retorica ufficiale, ha permesso al Paese di eludere di affrontare i propri gravi problemi. Ora, sembra improbabile che la Bce davvero abbandoni Roma al proprio destino, quando solo nel 2019 dovrà rinnovare quasi 300 miliardi di titoli in scadenza: è troppo grande per fallire, i tedeschi, primi creditori, lo sanno bene. Tuttavia, le turbolenze politiche che ci aspettano lasciano presagire una gestione molto tesa del consiglio Bce e la situazione potrebbe improvvisamente sfuggire di mano. Il rischio che la Ue degeneri nel caos è molto elevato. Si aggiunga che la frenata della crescita mondiale fa prevedere un deciso peggioramento della congiuntura e della crescita del Pil italiano, già strutturalmente di gran lunga inferiore a quella dei concorrenti.

In questo scenario diventerebbe decisivo sgomberare la vita politica dalle meschinità di cui è ingombra e porre con decisione la questione della sola vera riforma che sembra in grado di salvare i sessanta milioni che vivono in Italia dalla deriva: l’autonomia dei territori. Senza farne una questione terminologica, si tratta di riportare la spesa vicino alla responsabilità, la politica vicino agli elettori, il debito vicino agli onerati, di ridisegnare l’architettura istituzionale e costituzionale, se necessario, per ricomporre un quadro territoriale di realtà più ridotte ed efficienti, in linea con l’impalcatura odierna, che contempla un sovrastato europeo ed è totalmente diverso rispetto all’era risorgimentale ed a quella post-fascista. Un modello interessante, anche se imperfetto, c’è già oggi nella Costituzione vigente ed è quello dell’autonomia speciale delle province di Trento e Bolzano: perché non estenderne il modello alle altre regioni che lo richiedano? Ovvio che significherebbe rivoluzionare il bilancio statale e non solo. Ma la politica serve a questo, specie in simili momenti. Pensiamo forse che esistano cure indolori? Proprio perché sono le regioni meridionali ad aver subito le più disastrose conseguenze dell’assistenzialismo e delle politiche deresponsabilizzanti, meraviglia che tale tema non sia portato coraggiosamente al centro del pubblico dibattito anche da chi cerca consenso al sud.

L’istanza di “autonomia differenziata”, prevista dalla Costituzione e richiesta in modo plebiscitario dai veneti, merita di diventare la madre di tutte le questioni nazionali, non folklore o battaglia tra burocrazie per gestire la spesa, ma l’occasione per una scossa salvifica attraverso una profonda modifica delle dinamiche territoriali cui sembriamo rassegnati da generazioni. Il ruolo dei parlamentari veneti, in particolare della Lega, che sostengono il governo potrebbe essere oggi decisivo. I veneti si aspettano che essi sappiano cogliere questa storica occasione che le circostanze offrono, attraverso una presa di posizione forte, univoca e ultimativa nei confronti del governo nazionale. Senza la formazione di un fronte parlamentare e governativo, sembra illusorio confidare nella realizzazione dell’unica vera tra le riforme strutturali tanto genericamente invocate ma che, come l’araba fenice, “che vi sian ciascun lo dice, dove sian nessun lo sa”.

La partita è molto incerta, come dimostrano le recenti dichiarazioni dei vicepremier, e ciò fa seriamente dubitare di una proposta governativa che soddisfi la richiesta del governatore Zaia di ottenere «le 23 materie ed i nove decimi di risorse». Ci auguriamo che nelle segrete stanze queste riflessioni siano all’ordine del giorno e che il silenzio che circonda le trattative siano solo frutto di tatticismo. I veneti sono un popolo pacifico, operoso, capace di grande spirito civico, come dimostrato nel referendum del 22 ottobre 2017. La loro pazienza è già stata seriamente messa alla prova. Spetta ai loro rappresentanti farsi valere oggi e vincere le astute manovre che la burocrazia romana e la peggiore politica nazionale stanno già mettendo in campo per ridurre l’autonomia differenziata del Veneto ad una misura svuotata di reale contenuto ed effetti, ad aria fritta buona per edulcorati comunicati stampa. Se non ora, quando?

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