Venezia, Brugnaro non brilla. Ma l’opposizione meno ancora

I problemi irrisolti sono diversi: Mose, Grandi Navi, Mestre capitale della droga. E il centrosinistra é in panne

Qual è la fotografia di una città, anzi di due città come Venezia e Mestre, al termine del 2018 che sta per concludersi? Le prospettive e gli occhi con i quali guardare a quanto è accaduto in questi 12 mesi possono essere molteplici. Se ad esempio il sindaco Brugnaro rivendica il merito di aver smosso le acque dal torpore, rilanciando vitalità  e sviluppo del territorio, i numeri decretano invece uno scivolamento di Venezia (intesa come Città Metropolitana) dal 41esimo al 62esimo posto per quanto concerne la qualità della vita nelle 109 province dello Stivale. Punti di forza e di debolezza si mescolano. Più che dare giudizi tranchant che lasciano il tempo che trovano vale la pena cercare di riordinarli per capire magari, in prospettiva, cosa potrebbe attenderci nel prossimo futuro.

Il 2018 è stato l’anno del tramonto definitivo di ogni velleità separatista. Lo stop giudiziario al referendum che avrebbe testato la volontà dei cittadini nel creare due Comuni distinti ha rappresentato una vittoria politica del sindaco, da sempre orientato ad una visione metropolitana. Ma questo obbliga lo stesso primo cittadino a spingere per dotare davvero di senso un’istituzione, la Città Metropolitana appunto, che nell’immaginario collettivo e nella realtà non ha ancora conquistato un ruolo trainante per tutta un’area. L’idea insomma che l’unione faccia la forza è valida sulla carta ma deve essere concretizzata. Guardando alle fragilità, balzano agli occhi alcuni fatti e fenomeni che nel 2018 hanno occupato uno spazio di rilievo. L’acqua alta di fine ottobre, con i suoi 156 centimetri, ha riconsegnato incertezza e rabbia ai veneziani: il Mose è sempre là, fermo con tutti i suoi fantasmi legati alla corruzione e al malaffare. E intanto i cittadini, quei pochi rimasti, testano anche attraverso le maree l’affondamento della qualità della vita. Un affondamento determinato in buona parte dall’invasione turistica.

L’amministrazione comunale, con buona pace dei tornelli, non è riuscita a dare risposta adeguata alla necessità di una gestione dei flussi in grado di alleggerire il peso dell’invasione. Al tempo stesso la soluzione all’annoso problema legato al passaggio delle grandi navi sul bacino di San Marco continua ad essere tortuosa. La possibile entrata a regime dell’annunciata tassa di sbarco (a carico dei turisti “pendolari”), legata al varo romano della manovra finanziaria, potrebbe fruttare almeno una decina di milioni da destinare alla gestione dei flussi e ai servizi per i residenti. Per Venezia sarebbe solo l’ultima delle boccate d’ossigeno finanziarie, dopo i soldi giunti in virtù del “Patto per Venezia” di renziana memoria, dopo i fondi europei per le periferie e soprattutto dopo la fine della stagione del patto di stabilità che strangolava i Comuni in una paralisi inaccettabile. Di questa massiccia iniezione Brugnaro è stato per metà fortunato spettatore e per l’altra tessitore. Ora, in ogni caso, gli tocca la parte dell’amministratore senza alibi e senza coperta troppo corta.

I soldi ci sono, bisogna capire le logiche. In questo senso, sempre restando in tema di turismo, il 2018 ha evidenziato un nervo scopertissimo ed il rischio di un corto circuito: la spinta all’operazione edilizia che ha portato all’edificazione di una serie di mega-ostelli lungo l’asse della stazione di Mestre spazza via il degrado dell’area ma rilancia in modo gigantesco la massa turistica che si riversa in laguna. Si tratta di contraddizioni e complessità che necessitano evidentemente di maggiore equilibrio. Il 2018 ha poi messo in luce altre due voragini, differenti ma unite da una possibile chiave di lettura. Una visibile e dolorosa, ovvero i morti per droga che hanno trasformato Mestre in triste capitale nazionale. La posizione logistica strategica della città ha assunto le sembianze di una gallina dalle uova d’oro per chi lucra e delinque attraverso il traffico di eroina. Si tratta di un fenomeno che, assieme alla crescente povertà di strada e ad un andamento arrancante degli esercizi commerciali, non può essere messo in secondo piano, magari con la complicità delle abbaglianti luci natalizie che illuminano la centrale piazza Ferretto in modo persino umiliante rispetto alle luminarie di Piazza San Marco. Tutto questo anche per non mortificare sul nascere la bella novità del 2018 rappresentata dall’apertura dell’M9, il primo museo interamente multimediale dedicato al secolo scorso, arricchito da aree commerciali ed eleganti spazi pedonali.

La seconda voragine è Porto Marghera: malgrado appunto la posizione potenzialmente strategica, la riconversione ed il rilancio dell’area paiono lontane da venire. Eppure proprio su questo polo ormai in dismissione, proprio sul luogo-ponte tra le due città, bisognerebbe spingere con decisione per creare vere attrattive di investimento. Per il momento le attenzioni di Brugnaro sull’area restano in massima parte rivolte alla realizzazione dell’arena-palasport ai Pili, sul terreno di sua proprietà ma che proprio 12 mesi fa, grazie al meccanismo del blind trust, è passato ufficialmente nelle mani di un “fondo cieco” che solo in teoria risolve il problema del conflitto di interessi. Una partita questa che ha tenuto banco nel 2018 e che si preannuncia infuocata anche per il 2019. Nell’ottica della prosecuzione della sua stagione da sindaco, per Luigi Brugnaro il 2018 è stato l’anno della semina. La carne al fuoco, in termini di progetti da concretizzare, è nutrita e si concentra sulla terraferma, il suo fortino elettorale.

Dalla realizzazione del nuovo stadio alla risistemazione del mercato fisso di via Fapanni, dallo sblocco dell’area ex Umberto I al nuovo canile di San Giuliano e all’accordo con RFI per la piastra pedonal-commerciale che dovrebbe collegare Mestre e Marghera passando sopra il sedime ferroviario. La marea di annunci di investimenti su viabilità, scuole, cimiteri, residenza pubblica, completano il quadro e confermano il fatto che, a passo spedito, il Comune si avvia al rush finale in vista delle amministrative 2020. Di fatto, e qui si apre una breve riflessione sullo stato di salute delle opposizioni, anche se questa amministrazione dovesse andare a segno con la metà delle opere messe in cantiere, questo basterebbe ed avanzerebbe per far mietere un nuovo successo sicuro della compagine fucsia. Opposizioni che puntano l’indice contro Brugnaro sostenendo che gli «manca una visione strategica». Davvero pochino come contraltare. Soprattutto perché all’orizzonte non si vede una forza alternativa all’attuale amministrazione. E se manca la forza, manca giocoforza anche una visione alternativa di città, condivisa in modo allargato e non da parte di singoli comitati civici.

Il 2018 è stato l’anno dell’affondamento del Partito Democratico in un anonimato che al momento appare irrimediabile. Lo stesso dicasi a livello locale dove il congresso provinciale è addirittura terminato tra polemiche e lancio di stracci. Il rush finale dei dem e del centrosinistra potrebbe tramutarsi in una corsa arrancante, dove anche i più ambiziosi giocheranno a sfilarsi da una partita a perdere o, al massimo, rintuzzeranno in una proposta «di bandiera». Addirittura, a conti fatti, se il quadro non muta, una parte di elettorato centrista che ha votato Partito Democratico, in caso di rottura dell’alleanza tra Brugnaro e la Lega, potrebbe essere fortemente tentato dall’accordare la propria fiducia all’attuale sindaco. Un processo dunque di assorbimento, all’insegna di una continuità che in questo momento offre più garanzie rispetto all’attuale deflagrazione, senza idee e senza leader, del centrosinistra.

(ph: Twitter – Luigi Brugnaro)