Autonomia veneta, l’aiutino statistico di Unioncamere a Zaia

Secondo i “poteri forti” con la riforma il Pil crescerà. Ma ricordiamoci di Confindustria sul referendum di Renzi

Pochi ricordano i vaticini formulati da Confindustria in occasione dello sfortunato referendum costituzionale renziano: nel giugno 2016 gli “esperti” economisti del padronato italiano prevedevano che – in caso di sconfitta della riforma costituzionale – il Pil sarebbe crollato di «quattro punti» fra 2017 e 2019, per non parlare dei 600 mila posti di lavoro bruciati dalla mancata riforma costituzionale. Non erano menzionate cavallette, ma poco ci mancava.

Una previsione questa già allora molto discussa, e che oggi appare sempre meno come un contributo tecnico e sempre più come una mossa di campagna elettorale a favore di un politico amato dai poteri forti. Nel Veneto del 2019 si ha l’impressione di rivivere un remake della stessa commedia, con Unioncamere (in foto il presidente Mario Pozza) nella parte di Confindustria e Luca Zaia nel ruolo di Matteo Renzi. Se si facesse l’autonomia della Regione Veneto – dicono gli “esperti” delle Camere di Commercio venete – il Pil veneto esploderebbe del 2,7% (due anni fa dicevano del 2,8%, chissà dove si è perso quello 0,1%). Una cifra considerevole, anche se molto lontana da quel 12% che il direttore di Unioncamere Veneto prevedeva in caso di secessione ad un convegno di indipendentisti veneti ormai quattro anni fa.

Lungi da noi mettere in dubbio la validità dei numeri forniti dalla prestigiosa Unioncamere Veneto – che, certo casualmente, ha appena ricevuto dalla giunta Zaia gli uffici del turismo tradizionalmente assegnati alle province. Gli “esperti” camerali avranno sicuramente tenuto conto degli effetti depressivi provocati dalla rottura dell’unità nazionale, consapevoli che il famoso “residuo fiscale” serve in primo luogo a tenere in piedi il principale mercato delle aziende venete, cioè l’Italia meridionale.

L’esperienza tuttavia indurrebbe a cautela e sobrietà nelle previsioni sugli effetti economici delle riforme politiche. Troppe volte “esperti” e “tecnici” si sono lanciati in vaticini poi duramente smentiti dai fatti. Una cautela e una sobrietà sicuramente necessarie se questi studi servono a contribuire al benessere del nostro territorio, un po’ meno se il loro vero fine è invece quello di rafforzare una parte politica che da sempre si attira la simpatia e il sostegno dei poteri forti della nostra regione.

(ph: Shutterstock)

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