Treviso e Vicenza, fra Conte e Rucco (quasi) nessuna differenza

I due sindaci di centrodestra, entrambi saliti al potere nel 2017, si assomigliano molto. Ma non del tutto. Ritratto di un gemellaggio politico

Treviso e Vicenza sono accomunate da un certo numero di cose e si distinguono per un certo numero di altre: ovvio. Entrambe città di antico lignaggio (l’ex sindaco-simbolo trevigiano, Gentilini, sulla metafisica “razza Piave” ci ha costruito la sua personale mitologia) ed entrambe investite in pieno dall’onda lunga dell’immigrazione che dà braccia all’industria diffusa; entrambe “decentrate” rispetto ai fulcri pulsanti del Veneto politico (Venezia), culturale (Padova), finanziario (Verona, anche se un po’ meno dopo la fusione Banco Popolare con la milanese Bpm), dato che Vicenza é storicamente schiacciata fra padovani e veronesi e Treviso é da sempre arroccata in una enclave manifatturiera e strapaesana – aggettivo che beninteso é anzitutto un complimento – che l’ha resa orgogliosa isola fra l’altro riassunto essenziale della veneticità (da “Signore e signori” al modello esistenziale padroncino di successo tutto schei, chiesa e sesso); ambedue travolte dal collasso del sistema bancario delle popolari, con la fine di BpVi e Veneto Banca per concorso di colpa fra arrogante ceto dirigente locale e autorità nazionali con la coscienza sporca, una tragedia sociale che ha inciso nei conti di famiglie e aziende ma anche nell’autostima di due città anche troppo quietiste; tutt’e due sostanzialmente ex cattoliche, o di sicuro ex clericali, nel senso che i rispettivi vescovi ormai smuovono poco nella coscienza collettiva, a differenza per esempio che in riva all’Adige, ma ancora abbastanza nella rete di potere (perché, per dire, dev’esserci la Diocesi berica nella nuova Fondazione Roi di quel marchese Roi che coi preti s’imbrancava poco, onlus benemerita riemersa dalla “cura” zoniniana – che, ricordiamolo sempre, ha fatto perdere 30 milioni di euro?).

Sia l’una che l’altra orfane di centri decisionali e di decisori forti, i vicentini privati del ferreo paternalismo di Zonin e prima ancora dell’amabile governo di Amenduni&figli, i trevigiani colpiti dall’insospettabile pensionamento del novantenne Dino De Poli re di Cassamarca; ambo i gioiellini, Vicenza la palladiana e Treviso alias la piccola Venezia, stramoderate e destrorse nell’animo, in politica, sia pur con accenti diversi, più paludatamente democristiana la prima e più esuberantemente zaiana (leggi: leghista d’antan) la seconda; e infatti, eccole prima e seconda guidate da due sindaci similissimi, non per storia di partito (anche se poi mica tanto diversi: Francesco Rucco viene dalla destra missina, Mario Conte dalla Lega gentiliniana) ma quasi due gocce d’acqua nel profilo umano e amministrativo: volo basso, nessuna presa di petto, bellicosità minimale, comunicazione poca o punta, produzione di delibere a passo di bradipo: secondo i critici poco coraggiosi per non dir deboli, per gli ammiratori prudenti e circospetti che badano più a non sbagliare che all’immagine da tronfi cantieratori.

Eppure, le differenze ci sono, fra i due. Prendiamo un tema che li ha visti nella stessa identica situazione: lo scontro coi centri sociali del luogo, regolarmente convenzionati coi rispettivi Comuni. Rucco per ragioni di statuto (il Bocciodromo può o non può fare politica?), Conte ufficialmente per motivi di sicurezza (il Django é o non é in condizione di ospitare concerti?) sono andati allo scontro con le nicchie antagoniste di sinistra che operano serenamente nelle due città senza dare nessun fastidio – il che, in realtà, non é proprio l’ideale, dal loro punto di vista. Ma chiamarlo scontro é un parolone: a Vicenza il sindaco é corso a spegnere la miccia rinviando l’ora della verità, il rinnovo della convenzione, alla sua scadenza naturale, e per il resto deve piuttosto badare a tenere a freno l’anima più a destra della sua maggioranza, che vuole rispettato l’impegno elettorale a sloggiare gli attuali inquilini (anzi, assurdamente, a chiuderlo). A Treviso il primo cittadino ci é andato giù più piatto, ottenendo una prima vittoria (niente più concerti nella sede, forse in un tendone vicino) e usando toni più duri, tuttavia, almeno finora, senza scatenare una guerra nucleare.

In apparenza. Perché lo scarto sta qui: mentre Rucco, fino a prova contraria, non é parso fin qui realmente intenzionato a fare tabula rasa dell’esperienza Bocciodromo (nata grazie a un patto di mutuo scambio fra gli ex Ya Basta e l’ex accoppiata di centrosinistra Variati&Bulgarini), ma piuttosto si fa tirare per la giacca, Conte sta ricorrendo a tutti i mezzi legali, ma senza troppi strepiti, con lo scopo finale di mettere una pietra sopra al Django. Ed é lui e solo lui a gestire la faccenda, così come nel complesso é lui e solo lui il frontman dell’amministrazione (con dietro, sia chiaro, Gobbo e Zaia a tirar le fila); diversamente da Rucco, spesso scavalcato e anticipato dai suoi assessori, quanto meno quelli attivi, e specialmente, soprattutto sulla mobilità, dall’imperversante Cicero, causa dell’ultima, pleonastica diatriba coi Democratici sulla “spiagetta” a San Biagio.

Insomma, non ci sono più i destri di una volta – il che, intendiamoci, é un bene: sebbene legittimo sul piano politico generale, l’estremismo é un errore infantile in particolare su quello amministrativo. Nel caso dei centri sociali, infatti, dare uno spazio di aggregazione a quelle minoranze orgogliose della propria identità marginale é democrazia di principio ed é anche utile alla convivenza pacifica: a chi conviene la crociata ideologica? Forse, anzi senza forse, più a Bocciodromo e Django che non ai due borgomastri di centrodestra. I quali si fanno scudo, com’è loro dovere, del dovere di far rispettare le regole: giusto. Ma allora che lo facciano sempre, con tutti: con i ragazzi dei centri sociali come, per esempio, con i privati nelle aree edificabili (o meglio, non edificabili, come a Vicenza). Per il resto, il 2019 dovrebbe indurli finalmente a scoprire le carte. Trevigiani e vicentini attendono.