Decreto salva-Carige? Qui ci vuole una nuova legge bancaria

Serve una riforma che ripristini la fiducia. Ma basta denaro pubblico per risolvere le malefatte delle banche

In Italia, in Veneto, ma direi meglio in tutto il mondo occidentale, c’è un grave problema, a complicare quelli che già ci sono. Si chiama banche, sistema bancario, intermediari finanziari o come preferite, e va ad aggiungersi e a rendere ancora più dura la vita di tutti noi. Esauriti i banchieri alla Mary Poppins, conclusa l’epoca in cui le banche – pur con alcuni limiti – svolgevano consapevolmente un servizio positivo alla crescita del benessere collettivo, al miglioramento delle condizioni di vita, ora non c’è giorno che passi in cui il sistema bancario mostri tutti i suoi difetti, sveli il suo volto reale, purtroppo non più indirizzato al bene generale. Al punto che, sempre più numerosi, molti hanno perfino incominciato a dubitare della stessa natura meritoria delle banche, così come l’avevamo conosciuta e provata per molti secoli.

In Veneto siamo maestri, coi casi BpVi e Veneto Banca, ma da ultimo arriva quello della genovese Carige, l’ennesima «storia sbagliata» ambientata a Genova, che come molte altre si è (quasi) conclusa con il triste solito, consuntivo: alcuni furbi arricchiti e una moltitudine di persone che (in vari gradi) hanno perso il loro denaro, spesso frutto di risparmi e di lavoro. Una volta il mondo delle banche era il mondo delle regole, dei controlli, per i banchieri e per i risparmiatori. Controlli e regole erano il fondamento della reciproca fiducia. Da alcuni decenni questo mondo è stato smantellato, quasi tutto è stato consentito. Si è affermato un modo di gestire le banche finalizzato al solo scopo di arricchire gli azionisti, riempire le tasche dei manager, nel più totale (non apparente, ma reale) disinteresse vero i clienti. Circonfusi da una perdurante e ingiustificata atmosfera ovattata, le banche sembrano non più considerare rilevante la fiducia dei clienti (l’hanno completamente persa), come se dall’altra parte del bancone non ci fossero clienti da consigliare, sostenere e conservare, ma nemici da sconfiggere, mucche da mungere con il benestare delle leggi.

Il punto è che proprio da quando sono state tolte quasi tutte le regole, in caso di crisi, le banche hanno incominciato ad andare frequentemente a gambe all’aria, portandosi dietro non le retribuzioni dei manager, ma gli scalpi dei risparmi delle persone. E il giochino si è rotto, si è aperta la corsa al denaro pubblico, senza un minimo di consapevolezza e autocritica sulle reali cause dei tracolli: la perdita della fiducia dei cittadini nei confronti delle banche. Questo è il maggiore danno per il Paese, un male ancora più grave per le stesse banche. Diteglielo a Mussari, Zonin, Innocenzi, Profumo, Consoli e agli altri: le banche sono fallite, le banche hanno distrutto patrimoni immensi, certo per l’avidità dei manager, certo per i comportamenti criminogeni di alcuni amministratori, ma soprattutto perché la gente ha capito che la banca non faceva gli interessi dei clienti che pagavano, erano diventate come una compagnia telefonica qualsiasi che appena può ti rifila costi aggiuntivi di ogni tipo.

Sicuramente il sistema bancario italiano non è mai stato tra i più floridi del mondo. Ma una certa solidità di fondo ha contrassegnato per molti anni la storia di non pochi istituti di credito, pubblici, privati, cooperativi e no profit, a dimostrazione che non è il colore delle banche a determinarne la redditività, bensì l’ambiente, la tipologia dei rapporti banca-cliente. A dimostrazione che anche in Italia è possibile fare banca, rispettare la clientela, far quadrare i conti e contribuire allo sviluppo del paese. Il disordine e la mancanza di fiducia ecco ciò che dovrebbe preoccuparci. Invece tutti i governi negli ultimi dieci anni allineati a un’unica monotona e inefficace risposta: salvare le banche in crisi con il denaro di tutti. Poca fantasia, danni erariali, visione di corto periodo, ma in fondo tranquillità sociale, rappezzata e consenso che resiste.

Preoccupa la totale assenza di consapevolezza da parte della classe politica, inerte di fronte alla evidente necessità di riformare e integrare le leggi che disciplinano l’attività di credito e di intermediazione. Come se attendessero permanentemente una nuova crisi, i nostri politici tamponano in qualche modo i buchi, badando a non prendere altre randellate dalla Bce, lasciando una massa di clienti, azionisti soci e obbligazionisti depauperati e le cose esattamente come stavano prima. In effetti non era così urgente salvare Carige e i suoi correntisti. Come non era urgente rimborsare i depredati dai disastri di Veneto Banca, Popolare Vicenza, MPS e compagnia cantante. Era necessario, ma c’era dell’altro che avrebbe dovuto essere fatto prima. La questione più pressante, le decisioni più impellenti che avrebbero dovuto essere assunte erano quelle di realizzare una riforma radicale della legislazione bancaria, smantellata sic et simpliciter, senza nessun correttivo, dalle leggi Amato negli anni ’90.

Pertanto, prima dell’ennesimo salvataggio urge una nuova legge bancaria, che ripristini il rapporto paritario e di fiducia tra clienti e banca. Che sottoponga tutte le banche, qualsiasi sia il loro stato giuridico, a stringenti controlli e regole, in cui la garanzia economica dello stato (eventuale) sia offerta solo a fronte di una certezza di comportamenti conformi all’interesse generale e non solo a quelli di manager e azionisti. L’ABI va rifondata su altre basi, non può essere il vertice del «sindacato protezione malefatte delle banche». La Banca d’Italia deve ritrovare una sua funzione super partes svincolandosi dalle banche che oggi sono azioniste. È necessario ridare dignità alla funzione della raccolta del credito, che non può più essere come è oggi una giungla senza guardiacaccia, dove il più grosso ha licenza di uccidere il più piccolo. Non si tratta di imbavagliare la finanza e di legare l’esercizio del credito, tutt’altro. Si tratta di responsabilizzare gli istituti di credito e far capire a tutti (clienti e banche) che non si possono più distribuire pasti gratuiti e la coperta del denaro pubblico può andare a scaldare solo chi nei confronti dei propri clienti abbia preventivamente recuperato quegli standard di fiducia, che ora nessuna banca italiana purtroppo possiede più.

Il problema è complesso, di non facile soluzione, richiederebbe un livello di classe dirigente che purtroppo non ci è dato di vedere da molti anni. Richiede di essere concertato con la BCE, che peraltro non è certamente sfavorevole a tutto quanto possa rendere più forte e più solido il sistema bancario italiano. Ma non possiamo più ignorarlo, è prioritario per il futuro dei nostri figli. Il paese prima che di denari, ha urgente necessità di buone leggi, che anche in questi casi aiutino a evitare di credere che l’unica soluzione, davanti agli abusi e agli errori dei banchieri, alla buona fede dei risparmiatori, consista nel mettere le mani in tasca al solito Pantalone. Parlamentari datevi da fare.

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